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venerdì 13 marzo 2015 12:00:00

Quando nacquero, qualche millennio prima di Cristo, i vini aromatizzati non erano sicuramente stati interpretati per costruire un tipo di gusto in grado di attirare il mercato dei degustatori; ma, molto più probabilmente, come compensazione di molte imperfezioni organolettiche che l’assenza delle applicazioni tecniche generava una volta sì e un’altra pure.

Di esempi significativi, di miscugli e intrugli alchemici ed empirici, se ne rintracciano tantissimi nel corso dei secoli; molti popoli del mediterraneo, dai greci a romani, si sono cimentati in varie mescolanze, come gli elixir di lunga vita e i vini medicinali, chiaramente tutte espressioni di improbabilissime miscellanee che oggi non troverebbero alcun spazio di appeal degustativo e di mercato, e magari anche soggette a indagini da parte degli organi preposti al controllo delle sostanze immesse al loro interno: forse pericolose.

Il Barolo Chinato è tutt’altra sostanza e niente ha a che vedere con gli azzecca miscele, ponderato in eccellenza in tutti i suoi passaggi.

L’eno-chimico Mauro Vergano entra nella storia dei vini aromatizzati di rimbalzo (sì che si può dire), forse spinto nell’avventura da qualche conoscente o parente. Alla fine degli anni 70, dicono i racconti che circolano nell’astigiano, si dedicò alla creazione del suo “chinato”, non certo con la visione commerciale di dover penetrare il mercato d’Italia: fu un affare molto locale, quasi autarchico, forse intimistico.

Poi, prova oggi, riprova domani, eccolo arrivare sul mercato del vino non come produttore ma come elaboratore, quasi un alchimista (nel senso più buono del termine)

Il suo “Chinato” è vino: Vino Chinato riporta l’etichetta. Gradazione alcolica 16,5%, no indicazione di vendemmia (come logica vuole).

Rosso, quasi vermiglio, il suo mantello cromatico, ancore capace di mostrarsi con vivace lucentezza. All’olfatto sorprende l’aspetto non killer dell’aggiunta di China (Calisaia, dice il produttore), perché ben si miscelano toni fruttati, seppur in soggezione d’intensità, della ciliegia addirittura fresca, e il meglio del possibile in fatto di spezie, di tostato e di minerale. Radice di china, rabarbaro, cardamomo, legno aromatico (quasi sandal wood), menta secca, resina di corteccia di pino, pruina di pinolo, cenere, odore di “fogolar”. E poi un caldo tonico, da alcool e persistenza gusto olfattiva speziata e amaricante (mandorla tostata), il palato si lascia ammaliare da queste sensazioni olfatto/gustative, che richiamano effluvi retronasali orientaleggianti, in versione caffè nepalesi e roasted tea.

C’è chi ci ha suggerito essere un “Barbaresco Chinato”, perché il vino proverrebbe da una notissima vigna, quello che possiamo affermare è che è un Nebbiolo Chinato, e riesce a darsi un tono di diversità dagli altri. Bene se lo si sorseggia con delle praline al caffè e cioccolato oppure con delle mandorle secche, quelle estratte dal guscio.

AIS Staff Writer

 

© Associazione Italiana Sommelier (ed altri contributi)