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mercoledì 21 dicembre 2016 11:00:00

Sulla scia di un rinnovato interesse per il metodo ancestrale, e aggiungiamo meno male, ci siamo imbattuti in un vino, o perlomeno in una zona, che quel sistema lo ha sempre adottato e spinto, ne è esempio il Muscadet sur lie: a proposito, siamo nella Loira.
Però oggi si parlerà di chenin. Vitigno notevolmente versatile, capace di oscillare dai vini con gusti semplici e beverini, a vini dalla complessità conturbante come quello della Coulée de Serrant del naturalista Nicolas Joly. Il  vino fu celebrato da due Re di Francia e da scrittori come Alexandre Dumas, però i loro giudizi andrebbero presi con le pinze, ben più affidabile è quello di Curnonsky, ma ancor più certo è quello dell’attualità enologica, perché quel vino è ormai un “devo averlo”.

Ma torniamo all’uva chenin. Dicevamo è versatile, infatti si fa anche sovramaturare (con botrytis) e si ottengono gli straordinari Bonnezeaux e Quarts-de-Chaume.  Infine c’è la versione spumante, tipo crémant, oppure il metodo ancestrale.

Il metodo ancestrale è un sistema di produzione, anzi di trattenimento delle bollicine che rimanda al tempo che fu, quando tecnica e scienza non frequentavano l’enologia.  Tutto si concreta con il fatto che la seconda fermentazione non si svolge in bottiglia con gli zuccheri aggiunti, ma con quelli residui della prima fermentazione, per questo motivo il livello di concentrazione di zuccheri nell’acino deve essere diverso dal sistema tradizionale.

Scusate la sintesi, ma dobbiamo passare al vino, il Vouvray AOC, l’Ancestrale, Domaine Vincent Carême a Vernou-sur-Brenne, vendemmia 2014, gradi alcolici 12%.

Giallo oro chiaro, lucido, spuma poco esuberante, visione delle bolle di media resistenza, grana fine, abbastanza numerose: si può affermare che è in linea con lo stile.

Profumi di maturità, c’è del giallo dappertutto, nel fiore (ginestra e tiglio) e nel frutto (pesca, ananas e papaia).  Spunta una nota di miele e un finissimo minerale di sale marino. Gusto che sembra stia lasciando la secchezza, non dà l’impressione che tutti gli zuccheri siano stati trasformati in alcol. Ha acidità rinfrescante ma nel tono maturo, con volume gassoso che si gonfia di una mousse piena di bon bon e di pasticcini alla crema di albicocche, chiude con un finale di erbe aromatiche e di mandorla dolce.

Si può dire che questo Chenin attrae per una personalità organolettica che non è spinta dal carbonico ma dal maturarsi del frutto.

AIS Staff Writer

 

© Associazione Italiana Sommelier (ed altri contributi)