Statistiche

  • Interventi (1678)
  • Commenti (0)

Archivi

martedì 7 giugno 2016 10:30:00

Da un po’ di tempo molti sommelier stanno analizzando l’energia prodotta dai tannini con angolazioni differenti dalle dominanti espressioni di “potenza a tutti i costi” che hanno attraversato oltre un decennio. Già la parte alcolica è diventata una questione sul tappeto, a cui però non è seguito alcun tentativo di dirimerla (purtroppo), adesso il tannino sta iniziando davvero a entrare nel mirino dei ripensamenti e delle discussioni, anche se non ancora approdate a veri e propri dibattimenti organolettici.

Che il tannino si offra a uscire con arcigna personalità non è cosa molto infrequente e a poco vale – spesso – la giustificata contrapposizione bilanciante della morbidezza alcolica, certi tannini hanno più bisogno di insaporirsi, piuttosto che di manifestare una consistenza giocata su una trama e una tessitura che tende a inaridire con impeto… e l’alcool non è da meno.

David Yellen su Wine Spectator.com sembra venire incontro ai nostri dubbi, perché si sorprende, non in positivo, del livello tannico dei vini USA e quasi lancia un precauzionale “forward alert”.

La sua riflessione sulla presenza del tannino combacia in pieno con i dibattiti che da qualche anno circolano nelle nostre aree didattiche, e gli aggettivi impiegati per descrivere una certa insofferenza verso una personalità tannica non educata a essere partecipe della condivisione di una sapidità gustativa sono molto esplicativi.

 “Aspro”, “gommoso, difficile da masticare”, “granuloso-ghiaioso”, “scricchiolante” e ”tirato”; questi le parole gettate lì a significare un disagio di riconoscibilità organolettica di un aggettivo, “tannico”, che a questo punto può significare il tutto e il niente della struttura del vino, una parola – tannico – che è relegata a quantificare e non a qualificare una presenza, e le presenze, lo sappiamo bene, possono essere ingombranti o addirittura inutili.

Alle osservazioni di Yellen ci sarebbero da aggiungere alcune contaminazioni gustative d’espressione europea, come “verde (foglia e raspo)”, “amaro”, “legnoso (legno verde)”, “malico”, “vegetale (carciofo)” , “sabbioso” , “inchiostrato” e “polveroso (polvere dolce di legno)”.

Normalmente i tannini che abbinano alla loro naturale, e giovane, energia tattile queste influenze gusto/olfattive relegano gli altri profili del gusto del vino nell’angolo dell’inespressività, e a nulla vale giustificare il tutto con il fatto che “possono affinarsi”. A ben analizzare c’è da rilevare che certe annate (sempre più frequenti) non hanno garantito quegli affinamenti leviganti nei tannini, per cui quelle supposte garanzie saranno opportune non giocarsele più come certezze, lo diceva anche Lorenzo il Magnifico: “Di doman non c’è certezza”.

Si dovrà ripensare a una forza tannica che confluisca negli altri sapori e che non vada alla deriva della propria astringenza, ondeggiando in bocca di rollio e di beccheggio. Quest’energia tannica da mare mosso, conteggiabile con la scala Douglas, mette in difficoltà tutti i degustatori che cercano si estrarre quell’altro del gusto che fa, tra l’altro, magico ed elegante il vino, e che è un tono di sofficità fruttata, di polposità satinata, di flessibilità in consistenza liquida, di liscio vellutato. La forza del tannino non si deve misurare con l’essere tannico, ma con la sua fusione, in potenza, nella sostanza del vino e non in un vino sostanzioso.

AIS Staff Writer

 

© Associazione Italiana Sommelier (ed altri contributi)