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mercoledì 29 ottobre 2014 16:15:00

Tante e tante volte abbiamo ascoltato, seduti al tavolo del ristorante/trattoria d’oltre porta, le parole del cameriere di turno che, baldanzosamente, rivolgendosi al commensale dell’occasionalità festiva profferiva la sibillina frase: bianco o rosso?

Ebbene chissà cosa avrebbe dovuto dire se avesse avuto a disposizione un vino come Ograde di Boris Škerk, che di bianco nel liquido non ha niente. Eh già! La sua natura è essere un bianco perché usa uve bianche, vitoska, malvasia, pinot grigio e sauvignon; poi quelle uve le diraspa (come fossero rosse), poi le lascia macerare per circa quindici giorni in tini di legno, immergendo il cappello fino a cinque volte al giorno. A fermentazione avvenuta il suo viaggio enologico continua con una sosta in botti di legno da 550 l, questa volta per dodici mesi sulle proprie nobili fecce. Non è sottoposto a chiarifiche o filtrazioni, lo imbottigliano e lo lasciano ancora per 5 mesi in vetro prima dell’invio sul mercato.

Ograde 2011 di Boris Skerk esce con un colore che di bianco non ha niente, anzi non ha niente nemmeno di giallo, e se dovessimo guardare una cartella colore del vino forse non troveremmo nemmeno il modo di definirlo.

Ograde 2011 è un colore rame schiarito dal rosso e che sta fluendo malvolentieri in un oro rossastro, anche perché il colore dobbiamo inventarcelo poiché fuori dal nostro catalogo. Di certo non è una tinta che mostra sbandamenti ossidativi. Anche il profumo si distanzia dalla classicità di una fermentazione senza bucce, si perdono pertanto alcuni riferimenti olfattivi classicheggianti e si va incontro a nuance stravaganti, come scorza d’arancio secca, biscotti all’arancio di Sicilia, nespole appassite, marmellata di albicocca. Il vino dà l’impressione di auto limitarsi nell’offerta odorosa, forse frutto di quella particolare macerazione, comunque la fusione dei suoi profumi è superba nell’attrarre, ancorché complicata da scardinare.

Miglior fortuna ha il gusto. Bene la sapidità, che è poi il tratto saliente di tutto il plesso gusto olfattivo. Il liquido ha una sinuosità morbida che l’avvicina a certe espressioni enologiche di acini parzialmente sovra maturati con botritys, e il modo con cui scorre al palato è quasi massaggiante. Buona sorte ha anche la persistenza finale: fluisce a lungo con sorprendenti note di legname d’oriente, quasi d’odore di bagno turco termale. È un vino dall’estrema nettezza gusto olfattiva, senza accenni di lisi della buccia e perfetto nel tocco della purezza olfattiva.

I vini di questa tipologia sono chiamati vini arancioni, quindi – riprendendo il racconto iniziale – il baldanzoso cameriere avrebbe avuto un bel da fare a spiegare che quell’Ograde Skerk 2011 è vino “bianco”, dell’ultima vendemmia. Se dovesse ricapitare un’offerta estemporanea di vino: bianco o rosso? Provate a dire, a mo’ di simpatica sfida: arancio? Forse vi recapiteranno una lattina.

AIS Staff Writer

© Associazione Italiana Sommelier (ed altri contributi)