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lunedì 20 aprile 2015 17:00:00

C’è dell’eroico e dell’avventuroso in questa viticoltura, c’è anche della sana ostinazione enologica in questo territorio, non certo uno dei più avvantaggiati per le condizioni ambientali. Siamo nello Jura, un’enclave di foreste, più che di vigneti, ma quei fazzoletti di filari che tappezzano le colline, elevandosi, anzi avventurandosi, fino a 500 metri s.l.m., riescono a offrire ai degustatori più raffinati e ai ricercatori dei vini epici qualcosa – talvolta – di non ripetibile. Il clima è continentale, però più ortodosso nelle violente escursioni termiche rispetto alla vicina Borgogna, per cui i profumi dei vini si fanno quasi selvatici, scanditi da rigidità montane: fiori primaverili, prati d’erba bagnati da rugiada, foglie secche alzate dal vento e avvolte da polvere, in un inseguirsi di frutti agresti e di stridente mineralità.

Qui c’è davvero dell’unicità nel fare un vino, soprattutto per quella straordinaria e sana cocciutaggine di voler ingabbiare il vino per sei anni e tre mesi in botte di legno, lasciandolo poi in quella parte della cantina dove le oscillazioni termiche creano dei veri e propri rollii organolettici, beccheggiando di anno in anno attraverso ondate di ossidazioni sempre in perfetto controllo.

Così esce il Vin Jaune, così esce Château Chalon.

Dopo quei sei anni e tre mesi si imbottiglia un vino che trova difficoltà a calzare la personalità di quel prodotto ottenuto da fermentazione parziale o totale di mosto d’uva, è più un prodotto segnato dalla maturazione e dall’affinamento, piuttosto che dalla vinificazione.

Domaine Berthet-Bondet fa Château Chalon, e questo 2000, con gradazione 14%, ben rappresentata l’identità dello stile enologico. Colore ancora limpidamente non ossidato, bello e giallo, bello e dorato: bello! Il profumo si stacca dalla superficie del liquido con un fissante effluvio di noce e mandorla secca, di uvetta in guazzo in grappa invecchiata, poi sentori di foglie di alloro, di paglia secca, di crème caramel, di gratin di panna cotta; infine un po’ d’odore di fieno greco e di aghi di pino secchi.

Tutti questi profumi sono avvolti in una nuvola d’effetto “flor”.

Il gusto è secco, ma una secchezza particolare, strana, degna della più autentica Malvasia di Bosa e del miglior Sherry Fino, (però rispetto allo sherry non ha alcool aggiunto). Il vino scivola sulle papille senza lasciar intendere la sua forza d’alcol; è semmai tutto un sapido e prolungato effetto di intrecciate sensazioni gusto olfattive, creatrici di un flavor a inclinazione officinale, come un vapore da distillazione d’erbe medicamentose. Lungo e prezioso il ricordo smell-brandy.

Ce lo immaginiamo, lo Château Chalon, stupendo interprete d’un salottesco aperitivo per raccontare eccentriche avventure, accompagnato da tocchetti di pane e ’nduja di Spilinga. Oppure ce lo giochiamo su un super appetitoso spaghetto con bottarga. Non lo immaginiamo con il dessert, però crediamo che se ci inzuppassimo dei cantucci di Prato, si andrebbe in sollucchero.

AIS Staff Writer

 

© Associazione Italiana Sommelier (ed altri contributi)