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martedì 22 gennaio 2013 16:30:00

C’era una volta lo stampo enologico del nuovo mondo, anche lo Chardonnay rispettava quell’etichetta “rivoluzionaria”, in totale antitesi con la dura (ma elegante) freschezza intrisa di sapidità di quella vecchia Europa del vino, da cui i nuovi enologi anglofoni o dell’outback si distaccavano più per partito preso, magari ragionando per slogan, piuttosto che ponderando quale tipo di viaggio enologico stavano affrontando.

Esprimersi così è alquanto decadente, forse crepuscolare, si direbbe più attinente alle lentezze del old wine style del vecchio continente, che alla speedy enology dei flying wine-maker.

I voli pindarici delle espressioni organolettiche del nuovo Chardonnay si sono scontrati, anzi hanno incocciato, e quindi sono rimbalzati verso i gusti del terroir d’oltralpe e si sono messi alla ricerca della propria mineralità.

L’esempio in questione scaturisce da un riesame dello Chardonnay australiano. Negli anni Novanta ci fu una specie di rivoluzione per lo Chardonnay, a cui vollero a tutti i costi (gli australiani) affibbiare una sovra esposizione olfattiva di vaniglia e di caramella di burro e zucchero (tipo mou), un legno asfissiante e un dolce fondo di ananas che poteva anche scivolare nello sciroppato. Per una diecina di anni attirò molto il gusto del nuovo consumatore, per via di quella liquidità alcolica “rotolante”, grassa e burrosa: era come trovarsi in una perenne ambientazione breakfast, con tanto di latte, burro e miele.

Erano anni in cui lo Chardonnay era molto fashion, anche trendy, e faceva passare anche il meno avveduto enofilo come un navigato degustatore nel momento della scelta.

Poi venne il “rigetto” e l’indole degustativa si sbarazzò del club EBC (Everything but Chardonnay) e passò al più on the road ABV (Anything but Chardonnay).

Tanto per riportarlo all’italico idioma il passaggio è stato, “tutto ma non lo Chardonnay”,  per giungere a “qualunque  cosa ma non lo Chardonnay”.

Eppure, ripensandoci, tutti quegli Chardonnay “legnaioli” piacquero, e anche l’Italia non restò immune dalla contaminazione. Piaceva credere che allontanarsi dalla freschezza del gusto significava allargare la mente al nuovo che avanzava (male però!), dove il vino doveva offrire un fruttato non solo maturo, ma anche cotto, con un’illusione di acidità, tanto che quei vini sembravano fatti per infusione anziché per fermentazione. Quell’Australia così lontana, così continente enologico, così easy life, che riusciva a far prevalere il consumo di vino su quello della birra dopo 50 anni di dominio assoluto era vista come una cometa enologica.

Poi arrivò un’onda anomala, per non dire anormale, una specie di restaurazione organolettica condotta dal Sauvignon, dal Pinot Grigio e dall’Albariño. Questi non vollero soggiornare negli chalet, non vollero arrostirsi al sole, non vollero abbronzarsi con i chips, vollero, semplicemente vollero, essere freschi, sapidi, rinfrescanti nella tendenza acidula. Vollero il fruttato agrumato, il fiore amarognolo e un effetto pizzichino sulla lingua. Un gusto vecchio ma dallo spirito giovanile, capace di dare quel giusto scossone alle papille gustative che si tradusse anche in uno shock di pensiero.

Lo Chardonnay si trovò nella condizione del nobile decaduto, di colui che non voleva accettare la smitizzazione dei blasoni di un tempo, che s’ostinava a sperperare i suoi preziosi gioielli per preservare uno status indifendibile. Poi la new generation s’è reiventata anche lo Chardonnay, disattendendo quell’iniziale irriverenza verso lo European style, iniziando a passare dall’anti terroirist al nuovo terroirist.

Adesso il nuovo Chardonnay d’Australia non soggiorna più nel 100% di nuovo legno di barrique, non ha più quelle tostature di legno così marcate e non invogliano tutto l’acido malico a trasformarsi in lattico. Ora per avvalorare il cambiamento hanno sostituito l’iniziale oaked nel nuovo unwooded o unoaked (cioè senza legno), e riaffermano quei principi del vecchio mondo da cui si erano allontanati, ammiccando smaccatamente al Burgundy style.

I nuovi pionieri dell’odierno gusto “duro” dello Chardonnay sono i vecchi ugonotti, e rispondono ai nomi di Shaw & Smith, Petaluma e  Penfolds per la zona di Adelaide Hills.

A Victoria hanno cambiato pelle enologica i Bindi e i Giaconda, De Bortoli e Giants Steps; mentre nel Western Australia addirittura Cullen e Leeuwin hanno gettato la spugna: una vera sorpresa vista la loro fede per l’Oak Chardonnay.

Sembra però la Tanzania a tirare il carretto dell’acidulo controllato, come Domaine A e Ninth Island, è infatti qui che lo Chardonnay si sposa magicamente con la CO2e sembra voler lanciare un guanto di sfida agli Sparkling worldwide. Noi l’attendiamo!

 

© Associazione Italiana Sommelier (ed altri contributi)