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martedì 24 novembre 2015 12:00:00

C’è qualcosa di magicamente climatico in quelle vigne in cui si sviluppa un microscopico funghetto che prende il nome di Botrytis e il cognome di Cinerea. La magia sta tutta nella sua indole di nutrirsi dell’acqua contenuta dentro l’acino, procurando un effetto di concentrazione di zuccheri e acidi naturali e allo stesso tempo addensare il tasso di glicerolo. L’acino si raggrinzisce e s’increspa in modo alquanto particolare, le bucce cangiano in una colorazione caleidoscopica, il cui incartapecorimento concentra cromaticità violacee, poi disseccandosi si copre di un velo biancastro/grigiastro, tanto da sembrare coperto di cenere. Questa magia accade a Sauternes, nella Loira, nei vigneti ungheresi del Tokaji-Hegyalja, in Alsazia, nella Mosella, in Austria e in Italia. I vini assumono colorazioni intensamente dorate che nell’evolversi in vetro si fondono in un oro rosso che dà l’idea di un tramonto infuocato. Per ottenere questa visione sono necessari decenni di sosta in vetro, che solo alcune versioni sono in grado di perfezionare.

La nostra esperienza di degustatori s’è incontrata con un vino della AOC Mâcon-Villages, vendemmia 1999, Sélection de Grains Cendrés, che corrisponde alla maturazione tardiva dell’uva in condizione botritizzante. Il vignaiolo è Marc Guillemot, la vignaiola è la moglie Pierrette (enologa). È una famiglia di vigneron tutta dedita allo chardonnay, curato e coccolato come fosse un figlio naturale, e quando se ne verificano le condizioni lasciano quel figlio ad “arrostirsi” di muffa. I vigneti si trovano a Clessé, nel lieu dit Quintaine.

Il 1999 Grains Cendrés di Guillemot-Michel ha in sé tutta la magia alchemica sconosciuta della muffa cenerina, da quei grappoli avvizziti, a cui non si darebbe una cicca. Ne è uscito un nettare sublime, quasi un elisir. È tutto oro quello che luccica al colore, straordinaria luminosità, c’è tutto il brillante di una scolastica definizione di limpidezza. Naso follemente fruttato, confettura di albicocca, arancia al miele, confettura di fico bianco, cera d’api e  propoli. Finissima è la sintesi speziata, un melange di curry e zafferano che ingigantisce il senso dell’ampiezza, rilasciando note anche di erbe aromatiche, di pruina del pinolo e di uva di Corinto appassita. Ha una liquidità glicerica spregiudicatamente “burrosa”, come burro di panna velato di saporito miele, come se il burro fosse salato. Ha dolcezza delicata ma impressiva nel timbro del fruttosio. Il finale s’allunga su più curve, come se stesse scalando una collina di ginestre in fiore. Una magia da 96/100 che solo certe carte dei vini riescono a proporre. Lorenzo a Forte dei Marmi lo ebbe, e forse lo ha ancora. Chapeau.

AIS Staff Writer

 

© Associazione Italiana Sommelier (ed altri contributi)