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mercoledì 4 giugno 2014 17:00:00

Siamo in un territorio dove certi chardonnay se li sognano proprio. Forse non conoscono nemmeno che c’è uno strepitoso chardonnay nello Jura, però sapranno che la culla mondiale degli outstanding wines da chardonnay è la Côte de Beaune, in Borgogna, i cui vigneti distano dal mare cinquecento km.

A Monterey il mare è a un tiro di schioppo dai vigneti piantati a chardonnay, per cui l’unica relazione possibile sta nell’uso dell’uva.

Lo chardonnay della Côte de Beaune è un vitigno che arpiona le essenze del sottosuolo e ne fa delle sfaccettature estremizzanti in termini di profumi e di espressioni strutturali. Lo chardonnay di Monterey pensa che la sua personalità sia quella di adeguarsi alle richiesta di un mercato che gradisce i gusti soft, in perfetto e consolidato stile new world o antiterroirist.

Il vino che ci è capitato tra il lusco e il brusco, tra il Vinitaly e l’approssimarsi dell’estate, è l’Estancia Chardonnay Monterey County 2012, Pinnacle Ranches.

È fatto con il classico stampo enologico di nuovo mondo, cioè 50% fermentazione in barrique, di cui 25% legno nuovo, e a dire il vero nemmeno tanto ortodosso nella conduzione enologica.

Una premessa: è un vino di seconda fascia. Ci ha incuriosito il fatto che i nostri corrispondenti in California lo indicano come uno schietto rappresentante di un modo di fare vino che sta cambiando e che equivarrebbe a una limitazione dell’impiego di legno nuovo, per allontanarsi dal profumo e dal gusto del burro di arachidi ed evitare che lo spunto mieloso sembri uno sciroppo d’acero messo sopra un waffle.

Estancia Chardonnay Monterey County 2012, Pinnacle Ranches ha colore splendidamente paglierino intenso con consistenza da vendere.

Il profumo è un po’ originale, ricorda d’impatto, anche per il contributo di una temperatura di servizio prossima ai 10°c, il profumo della lemon pie. Poi c’è il fruttato, tutto un tropical fruit coperto di panna montata, tanto che torna dispettosamente il profumo del burro fuso e del pan brioche. Anche la tostatura del legno dice la sua nel comporre il pannello olfattivo e quell’effetto si ripercuote anche al palato, però non è una ripercussione stancante, perché l’effetto tostato riesce a creare una scacchiera gustativa che consente alla freschezza e alla sapidità di alternarsi nel tessere una trama dalla consistenza morbida con brio fresco/sapido.

Il finale è sufficientemente cremoso, con ritorno di vaniglia, crema pasticcera e aroma di liquore al limoncello.

Lo definiamo uno chardonnay da compromesso, anziché compromettente, nel senso che sta in mezzo al guado che si è costruito: da una parte ammicca, però molto timidamente, al volersi staccare dalle ciccione morbidezze dello stampo enologico new world, dall’altra sembra che soffra dell’effetto dimagrante che gli è stato imposto, per cui qualche scappatella civettuola con le curve morbide della glicerina e del flusso odoroso del burro di cacao (tipo cioccolato bianco) se lo concede, ahi noi!

Infatti sognavano uno Chardonnay diverso, ci ha invece svegliati in una realtà in cui le braccia morbide di Orfeo ci attendono per un nuovo sogno: ancora chardonnay dreaming.

AIS Staff Writing

 

© Associazione Italiana Sommelier (ed altri contributi)