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venerdì 3 ottobre 2014 16:30:00

Attenzione non è il nome di un locale e nemmeno un particolare invito alla degustazione nel loft all’ultimo grido. Champagne per due non è neppure un progetto in itinere di un vigneron scalpitante: è un qualcosa che c’è già!

Come ogni mattina, un lui e una lei escono dalla porta al numero 8 di Rue de Carrières a Chigny-les-Roses; non c’è niente di sospetto nei loro movimenti, si stanno avviando in vigna: sono dei vigneron, marito e moglie, quelli che nell’etichetta del vino sono marcati R.M.

Hanno pochi filari da coltivare, ma l’impegno profuso è tanto; nacque nel 1978, e via via il loro savoir-faire s’è affinato ed è progredito, giungendo a maturare un scelta biologica e una metodologia enologica che facesse prevalere un impatto organolettico in cui, da subito, spiccasse l’evoluzione controllata della maturità dello Champagne.

È il caso del loro vino, Champagne Pascal Mazet Extra Brut, Premier Cru. Il vino è un multimillesimato, anzi un bimillesimato, perché normalmente sfrutta l’essenza di due vendemmie. Fatto con uve meunier per il 50%, poi chardonnay 30% e pinot noir 20%. Il meunier è fermentato in legno, chardonnay e pinot nero in acciaio, tutti fanno la malolattica; i vin de réserve maturano in legno. La sosta sur lies dopo il tirage è di 8 anni, il tempo del mirée è quello classico, 6 mesi.

Ne esce un vino dal colore giallo dorato, forse non del tutto luccicante, ma gli diamo il beneficio del dubbio. Il perlage è invece ancora molto esplosivo. Tutto il suo profumo è ben lungi dalla fragranza dei lieviti, ormai è pâtisserie e viennoiserie, cenno di sciroppo d’acero e di  zuccherini montanari, finale con vago vegetale essiccato, un po’ paglia, un po’ fieno greco, un po’ biscotto al ginger. Nel complesso i profumi sono gradevoli e interessanti per l’espressione d’autolisi che manifestano. Sorso voluminoso con effetto gassoso decisamente morbido, molto accattivante quando il liquido è a contatto con le papille, però la diluizione salivare fa battere in ritirata quella mineralità/saporosità che gli dovrebbe consentire di allungarsi nel tempo del finale di bocca: che sia merito discutibile di un meunier ai confini dell’evoluzione? Non rispondiamo sì! Però gli indizi restano. Poi ci lasciamo conquistare dal valore dello Champagne, di cui non dobbiamo cercare l’eccezionalità, non è nato per stagliarsi nell’orizzonte delle eccellenze, ma per dare ottimi motivi di beva a prezzi molto, molto ragionevoli.  Infine ci piace il sistema Mazet di fare Champagne, non banalizzato nella sinergia CO2 – freschezza fruttata; c’è uno sforzo per giungere a offrire al degustatore un’identità  costruita sull’artigianalità e la passione: e scusate se è poco!

AIS Staff Writer

 

© Associazione Italiana Sommelier (ed altri contributi)