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lunedì 1 febbraio 2016 11:30:00

Jean Godinot nacque a Reims nel 1661, pochi anni prima che Dom Pérignon giungesse a Hautvillers, anche lui percorse la strada ecclesiastica e divenne abate e teologo; poi le vicende politiche del clero lo videro sconfitto e non gli restò che dedicarsi al commercio dello Champagne (1722-1747) e alla sua costruzione. Si interessò dei vigneti per migliorarne la resa in maturità dell’acino, comprese l’importanza di una perfetta pressatura e soprattutto individuò nel caldo (calore) un pericoloso avversario per le delicate uve della Marne. Egli prendeva le uve dalle vigne di Verzenay, da sempre considerato un’eccellenza ampelografica, nonostante certe esposizioni non perfette per la latitudine; ma il suolo è magico, in particolar modo per il pinot nero, che infatti ancora oggi primeggia nella coltivazione con 358 ha.

Il pinot nero di Verzenay, che è un grand cru, è sempre stato considerato un portento strutturale, per un’acidità con combinazione fruttata concretamente vivace (lime), discretamente sapido, però molto tagliente quando si appropria dell’energia della CO2. Per anni è stato interpretato nella versione della potenza, della resistenza al tempo e all’autolisi, compagno eccellente per spingere la danza elegante dello chardonnay nelle cuvée de prestige. Le versioni blanc de noirs spesso eccedevano in esuberanza nella sostanziosità dura, però da qualche anno sembra che ci sia stata un’inversione di strategia gustativa: il noir della Montagna s’è dato all’ingentilimento del dopo dégorgement. Prova di ciò l’abbiamo constatata in Maison che lo impiegano come nuovo tratto della loro personalità enologica, come per esempio Bollinger, Pol Roger, fino al Dom Pérignon della calda vendemmia 2003.

Anche i vigneron si sono adeguati alla presunta nuova linfa del pinot nero, l’ha fatto Beaufort a Polisy, Patrick Soutiran ad Ambonnay e Drappier a Urville, tanto per citarne alcuni. Tutti hanno arrotondato con la raspa certe acute spigolosità del selvatico essere pinot noir a questa latitudine. Anche Guy Thibaut, che è propriétarie récoltant a Verzenay ha seguito il nuovo (anche se da tempo non sospetto) e propone uno Champagne 100% Pinot Noir Grand Cru Brut che racchiude l’essenza del nuovo organolettico. Colore “champagne”, quel sabbia beige chiaro che tanto fa Bella Époque; profumo caldo, di brioche, di tarte tatin che esce dal forno, di pasta di panettone, di pâté di frutta. L’energia della CO2 si immola nel flusso morbido e cremoso del suo volume, il sorso si sviluppa in un’essenza soffice, come soufflé. Perde un po’ di dorsalità nella mineralità finale, però quel non essere tenacemente pinot noir lo rende subito molto apprezzabile. Si merita un 89/100.

AIS Staff Writer

 

© Associazione Italiana Sommelier (ed altri contributi)