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martedì 21 agosto 2012 11:15:00

Sarebbe più opportuno parlare di miglia, anziché km, giusto per non pensare che si tratti della carta dei vini più lunga del mondo.
L’idea di acquistare i prodotti a km zero, o comunque provenienti da un territorio vicino al luogo in cui saranno consumati, è stata cavalcata da uno spicchio della ristorazione della vecchia Europa.
Come in ogni dibattito ci sono i favorevoli e i contrari, e Dario Bressanini nel 2008, in Scienza in Cucina, pur non dimostrandosi sfavorevole al concetto, ne rilevava alcune contraddizioni di fondo, fino a evidenziare che certe rigidità si sarebbero tradotte in una negazione della filosofia che appoggiava questo ideale, perché il concetto di eco sostenibilità può essere del tutto indipendente dalla distanza che compie il prodotto per giungere a destinazione, e il discorso sulla bontà del prodotto è comunque non collegabile con distanze lunghe o brevi, è semmai un aspetto di naturalità stagionale.
The Gray Report ci informa che a Boise, nell’Idaho, il cui motto di stato è “famous potatoes”,  il Read Feather Lounge, s’è inventato la carta dei vini con il controllo delle miglia; accanto a ogni vino viene riportata la distanza tra l’azienda che lo ha prodotto e la sede del locale. Se da una parte questo smitizza (o mitizza?) il concetto di km zero, dall’altra consente al sommelier di colloquiare con il consumatore in modo più articolato: desidera un bianco fruttato o minerale, affinato in barrique o in acciaio, oppure vuol degustare un Chardonnay da 2,6 miglia o da 270 miglia. A proposito per i vini “non domestic” potrebbe anche essere richiesto l’ESTA, Electronic System for Travel Authorization. L’altra cosa che ci incuriosisce della lista è lo Sprizzzissimo: si, con tre zeta.

 

© Associazione Italiana Sommelier (ed altri contributi)