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mercoledì 18 dicembre 2013 15:30:00

In Israele il vino ha una storia così raggomitolata che diventa quasi impossibile definire il punto di partenza.

Già pensando a quello che accadde durante la cerimonia di nozze a Cana (Galilea), si riceve un input micidiale in fatto di enologia ante litteram. Anche la bibbia cita più volte la vigna nel  nuovo e nel vecchio testamento: quindi niente da eccepire sul fatto che il vino sia parte della civiltà d’Israele.

Quando si parla di vino israeliano è facile cadere nel banale pensandolo solo come Kosher Wine, infatti in Israele si trovano Kosher Wine di differenti destinazioni di beva. Ci sono gli  “OU” per l’unione ortodossa, ci sono i “K” cioè semplicemente Kosher, poi ci sono i “Mevushal” in cui il vino è stato un po’ pastorizzato e può essere lavorato anche da altri.

Ma più di questa differenziazione, che non implica forzatamente aspetti qualitativi diversi, ci sono le due sponde enologiche: vecchio e nuovo.

L’old style è essenzializzato in un gusto in cui il livello della dolcezza è la parte più partecipe del sapore, mentre il nuovo stile ha abbandonato questa struttura pseudo zuccherina e si è gettato nell’espressione secca e sapida, variegatamente complesso al profumo, con apporto del legno piuttosto parsimonioso.

Quindi in fatto di essere un vino Kosher o no, non ha dei riflessi matematici sulla tipologia del sapore, c’è semmai un problema nel servizio al ristorante, perché per non interrompere la catena Kosher anche chi lo serve deve essere un osservante, solo i vini K “mevushal” non perdono l’identità Kosher (così si legge).

Oggi ci sono cinque zone ben definite per la produzione del vino: Galilee, Judean Hills, Negev, Samaria (Shomron) e Shimshon (Samson); le uve più diffuse, nonostante la decantata storicità, sono molto international, come il Cabernet Sauvigon, Cabernet Franc, Syrah, Zinfandel, Pinot nero e Merlot, mentre per le uve a pelle bianca troviamo Chardonnay, Sauvignon Blanc e Riesling, infine per quelle “grigie” il Gewürztraminer.

Per cui Kosher o no la qualità sta migliorando velocemente grazie a winemaker che si sono appropriati di una formazione più centrata sulla viticoltura e l’enologia, oltre che su standard necessari per seguire l’indirizzo enologico Kosher.

Ciò detto, già aziende come Yarden, Domaine du Castel e Carmel Winery sono riuscite a porsi all’attenzione dei degustatori occidentali e sono presenti nelle carte dei vini in cui l’occhio enologico è worldwide.

In Israele sono ben partecipi nel mantenere in vita quel filo di memoria che lega il vino di oggi  a quello del tempo che fu, e un’altra testimonianza è sorta con l’ultima scoperta archeologia (sarebbe da chiamarla eno-archeologica) fatta dall’Università George Washington e da quella di Haïfa.

Gli archeologi hanno scavato nelle vicinanze di Nahariya e hanno portato alla luce la più vecchia cantina del Medio Oriente, di 3.700 anni fa.

Al suo interno c’erano una quarantina di giare di ceramica di cinquanta litri e il ritrovamento di tracce di acido tartarico e siringico, nonché di ingredienti come cannelle, menta, miele, bacche di ginepro e resina di pino, testimoniano a pieno il sistema del tempo di creare vino, quello miscelato.

Non è ancora appurato a chi appartenesse la cantina, si sa di certo che era posta accanto a una sala in cui si tenevano i banchetti, e la miscela di ingredienti impiegata indirizza gli archeologi a pensare che fosse una tipologia si vino (dolce e secca) simile a quelli medicinali usati in Egitto.

Una scoperta che è di per sé una conferma, si vocifera in zona, che la biblicità enologica è reale e non c’è da fare smorfie pensando all’arca di Noè e al fatto che avesse piantato vigna dopo il diluvio universale. Che il vino nasca tra il Mar Caspio, il Mar Nero e il Mare di Galilea, questa scoperta avvalora questo legame e fornirà altri contributi con il proseguo degli scavi, così dicono gli archeologhi.

AIS Staff Writer

 

© Associazione Italiana Sommelier (ed altri contributi)