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mercoledì 2 ottobre 2013 15:00:00

Così iniziano molte fiabe: c’era una volta. Ed è una fiaba quella che stiamo per raccontare, una fiaba che ha come soggetto l’uva Cornalin.

C’era una volta, in una valle alpina dominata dal Monte Bianco e solcata dalla Dora Baltea, che ne forgia le conformazioni e i terrazzamenti a vigna, c’era in Valle d’Aosta l’uva Cornalin. Il Cornalin ha genitori valdostani, figlio del Petit Rouge e del Mayolet, ha abitato in questa regione sfuggendo ai richiami della notorietà ampelografica, s’è trovato forse a un certo punto il brutto anatroccolo di una compagnia dagli altisonanti nomi come, Prié Blanc, Petit Rouge, Malvoise, Muscat, il Fumin, la Premetta, il Petite Arvine.

A un certo punto della sua sofferta coltivabilità ha preso armi e bagagli ed ha imboccato le rampe del Gran San Bernardo, ha attraversato le Alpi ed è sceso in Svizzera.

Qui nel Valais (Vallese), il valdostano Cornalin ha udito gli altri vitigni che parlavano lo stesso dialetto, gli hanno raccontato che quei vigneti, un tempo, facevano parte del Regno di Savoia e che comunque si sentono tutti figli del territorio del Monte Bianco.

Qui ha messo radici e si è salvato. Ma anche in questi vigneti non ebbe vita facile, però essendo un vitigno rude, schietto come i montanari, capriccioso come le nubi che avvolgono i picchi alpini, selvaggio come la fauna che alberga tra le valli transalpine, ha infine destato curiosità e interesse, superando la diffidenza di generazioni di vignaioli.

Negli anni 70, dello scorso secolo, riesce a ritagliarsi un fazzoletto di vero interesse, del tipo “save Cornalin”.

La sua presenza in questo territorio, il Vallese, è segnalata fin dall’XI secolo, e prima dell’operazione di salvataggio ne erano restati 5 ha, tutti attaccati da virosi.

Al suo capezzale si precipitarono Jean Nicollier e Jean-Louis Simon. Lentamente il Cornalin è riuscito a rigenerarsi e il suo carattere selvaggio, la sua acerba rudezza ma non d’animo riottoso, ha cominciato a suscitare l’entusiasmo dei degustatori propensi all’autoctono e ammaliati dal concetto di rarità.

Piano hanno iniziato ad apprezzare il suo colore intensamente violaceo, accompagnato da una trasparenza che lo allontana dalle vivacità di un PH che tutti si aspetterebbero potente a queste fredde latitudini pedemontane.

Il suo profilo olfattivo è pieno della purezza del fruttato. Quei piccoli frutti rossi, e non, di un sottobosco quasi incontaminato, che è stato accarezzato dai passi dei raccoglitori di cassis, di more selvatiche, di ribes rosso, di lamponi, di corniole, con note vegetali che ricordano l’odore delle foglie delle piante di lampone e di cassis.

Il suo gusto si appropria dei sapori fruttati, dei flavor selvatici, ma non li trasforma in un sprint acido, lascia che il tannino stia con discrezione al di sopra, in modo che non ci sia rugosità, ma una sottile setosità, che in questi microclimi estremi si traducono in morbidezza. Riesce anche ad adeguarsi alla sosta in vetro per quattro, cinque anni, in modo da addolcire il fruttato, farlo diventare marmellatoso e arricchirlo con note speziate di cannella e pepe nero.

Poi c’è un altro fortunato incontro, poco prima degli anni 2000, per il Cornalin, quello con Denis Mercier e Maurice Zufferey.

Loro ne fanno il Cornalin AOC Valais, lo ufficializzano al mondo dell’ampelografia e dell’enologia, vendemmia dopo vendemmia lo studiano, ne fanno delle selezioni come “Cornalin Viouc” oppure Cornalin de Sierre, quest’ultimo in omaggio alla zona che lo custodì quando in piena malattia cercava di evitare l’agonia dell’estinzione.

Poi hanno fatto di più, è quasi stato considerato un vitigno miracolato, come il figliol prodigo, come la pecora smarrita che torna all’ovile. Gli hanno voluto regalare il segno di nuova amicizia, considerandolo finalmente e completamente uno di loro con l’appellativo “Cornalin Rouge de Pays”. Adesso è già un cult.

Come si dice in questo casi: tutto è bene quel che finisce bene!

AIS Staff Writer

 

© Associazione Italiana Sommelier (ed altri contributi)