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lunedì 17 agosto 2015 09:30:00

Ambonnay, Aÿ, Avize. Alla lettura di queste tre parole subito l’enofilo degustatore corre con la propria memoria allo Champagne e già si immagina pinot noir e chardonnay, tutti da vigneti grand cru. Se scriviamo Landreville la cosa si complica un tantino, e forse si dubita che sia abbinabile allo champagne; infatti siamo in quella parte della AOC che ancora non s’è data la giusta scossa per elettrizzare i palati degli champagnofili, eppure ci sono evidenti spunti di coraggiosa genialità produttiva, la prima di tutto potrebbe essere quella di farsi lo Champagne anziché  rifornire le grandi Maison. Su questo aspetto ci sarebbe una storia da raccontare, ma non è questo il momento, perché questo momento è dedicato a un coraggioso vigneron di nome Charles Dufour, appena trentaduenne.

Non ci interessa il fatto che faccia viticultura organica, la fanno in tanti e di quei tanti, tanti e tanti non eccellono certo per la qualità del vino, piuttosto per la qualità dell’ambiente. Dice Charles Dufour che fermenta solo con lieviti naturali, questo da una parte assicura dei grandi pregi, ma può anche garantire costanti incostanze; adotta anche l’allevamento del vino sur lie, fa il tirage con lo zucchero di canna coltivato bio, ha un dosage bassissimo di 2 grammi/litro (non specifica quale zucchero), c’è la data di sboccatura in etichetta.

Il suo Champagne più ricercato e raro è Le Champ du Clos, 100% pinot bianco (pinot vrai), così come lo è l’Avalon Blanc de Blancs da chardonnay (nell’Aube non è così frequente).

Ciò che invece vi raccontiamo è l’ormai prezioso “Bulles de Comptoir”, versione “#3” Champagne Extra Brut da uve pinot noir 50%, chardonnay 45% e il resto pinot blanc, fatto tutto da Charles Dufour a Landreville,  Côte des Bar.

Niente da eccepire sulla finezza del cordone, sulla chiarezza della spuma e sulla compattezza mentre si scioglie, brillante anche il colore paglierino. Ha un profumo di mela e pesca con polpa gialla che assorbe la côte agrumata, regala anche una ventata di fiori bianchi primaverili, chiude con leggere note di pan brioche e mandorla bianca.

Al palato il vino evidenzia la sua diversa territorialità, o così la pensiamo, per via di un’acidità che dà immensa secchezza senza allargarsi in quell’acidità un po’ lime e un po’ limone che caratterizza il suo nord; questo connubio garantisce una sottile cremosità che lascia un rivolo di miele proprio a chiusura di beva. Un gusto non uguale, con un equilibrio che ammicca già al maturo, però crediamo dia garanzia di resistenza.

AIS Staff Writer

 

© Associazione Italiana Sommelier (ed altri contributi)