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mercoledì 24 gennaio 2018 10:00:00

"Con quella faccia un po' così, quell'espressione un po' così", per dirla con Paolo Conte. Non quella del piemontese scantonato un attimo fuori dai confini di casa, ma quella sola e pensosa di chi attraversa i propri campi per sconfinare oltre le visioni ristrette di un territorio. Bruno Giacosa: mesto e sornione; palato schietto, olfatto brillante. Nel naso di Proust le madeleine; in quello di Caproni una "scia di cipria, che non finiva"; il profumo di un corsetto per il giovane Törless di Musil. Odori infantili, di madri, a cui nemmeno Giacosa si sottrarrà. Anzi. Oltre al ricordo materno, il suo acume olfattivo sarà sempre legato a un altro: "quando sono nato, i primi profumi che ho sentito sono stati quelli del latte di mia mamma e del vino di mio nonno". Proust, Caproni, Musil. E Giacosa. Non era scrittore lui, ma in sessant'anni di carriera ha comunque redatto la storia delle Langhe, a partire da Asili Collina Rionda, tomi di terra e vigna, ormai imprescindibili per chiunque voglia avvicinarsi ai mondi del Barbaresco e del Barolo. Bruno Giacosa è scomparso ma il suo mito è già mitologia. 

Gherardo Fabretti

© Associazione Italiana Sommelier (ed altri contributi)