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giovedì 28 settembre 2017 16:30:00

“Birra… e sai cosa bevi!” Era il 1980 quando Assobirra commissionò questa pubblicità che trovò il volto della comunicazione in Renzo Arbore.

A quell’epoca la birra non se la passava un granché bene, era relegata al ruolo di bevanda rinfrescante da bersi da marzo a settembre, con il freddo era quasi aborrita. C’era anche molta ignoranza intorno a questo liquido frizzante, addirittura molti pensavano che fosse nata nel Medioevo nelle barbariche lande di un nord Europa, che in assenza di vino – visto il clima inquieto – aveva ripiegato sulla lavorazione dell’orzo; invece nacque cinquanta secoli or sono nella civilissima Mesopotamia. E poi sempre quel raffronto con il vino, tanto che il consumatore di birra era talvolta catalogato come apprezzatore di bevande non emancipato: vera assurdità!

Ciò aveva determinato un luogo comune: vino = serie A – birra = serie B.

In quell’epoca i microbirrifici si contavano sulla dita di una mano nonostante l’embrione dell’artigianalità avesse già preso vita nel 1966, e solo dopo quella pubblicità si ebbe un rinvigorimento del movimento che portò tra il 1980 e il 2000 all’apertura di una cinquantina di microbirrifici, dei quali oggi solo 27-28 sono rimasti attivi.

Poi tutt’un tratto il boom, un boom incontrollato e incontrollabile, spesso pensato come possibilità di fare moneta, nel senso: tanto la birra si vende. Il rovescio della medaglia è stato e ancora è: a chi?

In molti si sono gettati nell’avventura, qualcuno con molta cognizione di causa, altri affidandosi alla maestria altrui, altri sperimentando sulla propria pelle attraverso affitto di macchinari, i cosiddetti fenomeni Beer Firm e Brew Firm che per spiegarli non basterebbero 100 cartelle dattiloscritte.

Come accade in ogni attività c’è chi emerge, chi galleggia e chi dopo qualche prova si dà alla macchia. Ciò però ha prodotto molta innovazione nel prodotto. Le birre si sono colorate di rosso, di rosa, hanno miscelato i tradizionali profumi con sfumature di spezie, di lampone, di acqua di mare, di pera; hanno incontrato il mosto e il vino sfruttando vitigni che vanno dal verdicchio al cabernet fino a incocciare con il mosto dello Champagne e altro, altro ancora.

E ogni tanto qualcuno piazza, più per amore che per strategia, il colpo di fioretto. Questa volta raccontiamo di una birra canadese nata da un passionista, una birra all’ibisco in versione Gose (Birra di Lipsia), donataci da un sommelier al suo ritorno dal Canada. La birra fu prodotta in occasione di un concorso per appassionati mastri birrai e il microbirrificio Brouërie di Sutton – Canada l’ha messa in vendita nei suoi locali e in qualche boutique birresca.

La Gose è una birra curiosissima, fatta con molto grano, è ad alta fermentazione, ha bassi esteri, c’è aggiunta di sale e coriandolo, ha gradazione massima 4,5%, per un gusto tracciato da sapori acidi e salati.

Spicca un’accesa tinta rosata al colore, la mousse è delicata, la spuma attira a sé parte del rosa. Il classico profumo Gose di coriandolo e tono salino scivola anche in un intenso fruttato (ricorda lampone e ribes rosso) e s’accompagna a un floreale – dovuto all’ibisco – che sembra avvicinarsi al balsamico. La saporosità è acidula e riporta ancora ai frutti di lampone e un po’  fragolina di bosco a cui sembra sia stato aggiunta una spolverata di sale. La liquidità è sottile e l’effervescenza delicatamente frizzante, l’effetto struttura è leggero ma di carattere molto rinfrescante.

AIS Staff Writer

 

© Associazione Italiana Sommelier (ed altri contributi)