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lunedì 23 giugno 2014 12:00:00

Noi crediamo che il Cervaro della Sala sia uno dei vini bianchi più osannati e osannabili d’Italia, di certo il fiore “bianco” all’occhiello della multinazionale Marchesi Antinori Spa, e attenzione, che nessuno scambi multinazionale con stranezze congetturali.

Ebbene, questo Cervaro della Sala è un must mediatico ogni volta che esce una guida, quando ci sono da elargire premi e riconoscimenti vari, quando poi si sono da assegnare voti tutti si sbizzarriscono nella decimalizzazione della qualità una volta varcata la soglia dell’eccellenza.

Poiché ci sembra che i report eno-organolettici di questo vino scarseggino della beva quotidiana, che è poi quella per cui il vino è nato, cioè per la tavola, e non certo per occhieggiare di bevante in bevante tra blind tasting, verticalizzazioni e orizzontalizzazioni, per contrapposizioni e confronti dove il cibo è bandito: come se il prodotto fosse impossibile da trovare in un wine shop di Shanghai per servirlo con un maialino alla cinese.

Noi ci siamo riappropriati della gioia di bere il Cervaro della Sala accostandolo a tre pietanze semplici, non espresse in logaritmi gustativi a scissione algebrica per macrobiotizzare il non gusto di masticare.

Si trattava di un Cervaro della Sala 2010, come di regola è stato ottenuto da uve Chardonnay e poco Grechetto, ha sostato per cinque mesi in legno (nella retro etichetta non specificano altro), poi sta invetrato per dieci mesi. Le uve provengono dai vigneti del Castello della Sala in Umbria, negli antichi ex possedimenti dei Conti della Vipera.

Come da tradizione enologica, visto l’impatto evolutivo ancora allo stadio puerile, ha uno sviluppo olfattivo marcato da un protettivo sentore creamy, quasi di  cappuccino con panna e polvere di cocco e vaniglia di Haiti.

Il suo flusso odoroso si è ben amalgamato con un antipasto di gamberoni appena scottati e serviti su un cucuzzolo di maionese home-made ben equilibrata in grassezza. È bastata la sapidità a chiudere la partita con la tendenza dolce del piatto, per cui ha lasciato alla freschezza la mansione del complessivo, ma delicato, effetto pulente e sgrassante dei sapori.

Molto ben coeso era il finale degli aromi cibo/vino: due morbidezze gusto/olfattive che si abbracciavano in un languido sussurrio di emozioni.

Poi ci siamo gettati sulla trasgressione: maccheroni spianati di pasta all’uovo con ragù di carne rossa, poco salsata, con poco soffritto e con succo di pomodoro non stordito da lunga cottura. Abbiamo evitato il formaggio.

Un Cervaro che te lo scordi pensavamo, il commento silenzioso è stato: chissà se regge?

Altro che regge, ha la classe del reggente imperiale, con quel monumento di estratto secco che energizza un’eleganza sapido/acida da annichilire pasta all’uovo e dintorni, con un recupero di effetto calore che nebulizza e fa evaporare succulenza e insidiosa untuosità; e poi si dice che il bianco con la salsa di carne rossa e pomodoro va in difficoltà di gestione: tutte balle!

Dopo quest’intermezzo abbiamo optato per una disgressione, invece di progredire in sapore, abbiamo progredito in eleganza, affidandoci al gusto di un fritto di scampi e gamberoni e un side order di funghi porcini fritti. A questo punto il Cervaro, raffreddatosi un po’ di più nel secchiello, è stato in grado di osannarsi e osannare il cibo; freschezza e sapidità hanno ridicolizzato in sorrisi e sbuffetti la tendenza dolce dei crostacei, hanno ripulito quella poca grassezza presente, e un ormai acquietato effetto alcool pennellava i residui oleosi della frittura.  Ma la sorpresa in positivo è stato il lungo combattimento che le doppie persistenze d’aromi hanno prodotto, una linearità di sensazioni marine e salmastre che si arrotolavano le une sulle altre, come due corpi tra bianche lenzuola di lino.

Questa semplice esperienza, cioè di un vino scelto per bere a pasto, non per pensarlo come elemento descrittivo, la suggeriamo a tutti: riappropriatevi del piacere di confondere e di confondervi nel piacere di un vino che incontra il cibo.

Alla fine se non avrete voglia di parlare del vino, ma dell’unione delle due materializzazioni saporifere, non preoccupatevi, non farete torto ad alcuno, anzi…

AIS Staff Writer

 

© Associazione Italiana Sommelier (ed altri contributi)