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lunedì 15 gennaio 2018 16:00:00

"Dov'è più la campagna che piacerebbe a voialtri?". Così sghignazza con gli amici Pieretto, ragazzo di città giunto ospite del rurale amico Oreste, nel romanzo di Cesare Pavese "Il diavolo sopra le colline". Il lungo discorso di Beppe Rinaldi, storico produttore di Barolo, pubblicato da poco sul Corriere, potrebbe esordire con una domanda simile: "Qual è la campagna che piacerebbe a voialtri?". 

Ai tempi del romanzo, nel 1908, Pavese, scrittore di Langa, con quel punto interrogativo chiosava amaro la fine dell'idillio campestre piemontese, macchiato da pompe a spalla e diserbanti. In quel libro i ragazzini vanno via indolenti da Torino: "finito il cinema, finite le risorse, le osterie, i discorsi” si allontanano dai Murazzi per rotolarsi nella terra di fuori, in campagna, tra fango e melighe. Sono avanzi di un mondo già mutato ma non troppo; quello, ad esempio, di casa Rinaldi, dove un tempo "avevamo gufi, civette, falchetti e gheppi liberi", come racconta.  Oggi "il Citrico", come lo chiamano, forse si accontenterebbe di tornare a quella campagna, già ferita ma ancora variopinta; il significato ancora esteso, di terra coltivata, pascoli e boscaglia; non solo di vigne e filari. Oggi "la quantità di vigne è già smaccata, è quasi tutto un vigneto, si sono già persi non il bucolico, l’agreste, ma i fazzoletti di colore, la diversità, a beneficio del monotono, della monocoltura esasperata." 

Vanno bene vino e tartufi, ma "va mantenuta la bellezza e l’integrità del paesaggio." Non piacciono a Rinaldi le sfumature dello stesso colore e le superfici piane; le policromie, i poligoni regolari e le gobbe da pangolino di alcune cantine della zona: "ci vorrebbero dei vincoli a difesa delle varietà dei pochi boschi rimasti e contro il consumo del suolo, contro il neo gotico, il neo-medioevo, il neo-palladiano e il neo-pop [...] ci si vuole distinguere a tutti i costi, lasciare il segno del nostro passaggio e arrivare a una rapida immagine, quando la vera originalità in certi luoghi non  è il rischio ma forse, la normalità."

In Langa la burocrazia vorrebbe coprirla di linoleum, quella normalità: cantine da sala operatoria, pavimenti in resina e luci al neon. Panorama assai deprimente a guardare altri paesi: "In Borgogna e in Alsazia vini e legni stanno sulla terra, sulla pietra, sulla ghiaia e vengono buoni, se lo sguardo si alza si vedono muffe e ragnatele, anche pipistrelli. Sono un valore aggiunto, c’est charmant ci viene detto."

Anche il vocabolario si piega alla metrica volgare di una nomenklatura che scambia tassonomia con tassidermia: "qui abbiamo avuto il becco di appellare le zone vocate, i blasonati cru, in primis “sottozone” poi “menzioni geografiche aggiuntive”.  Il grand cru come la grand minzione, quella del mattino…, o la petite quella a margine del villaggio, e pensare che abbiamo il sorì, bello per suono e immagine che evoca il sorito, soleggiato, di per sé elogiativo. Scimmiottiamo pure, ma almeno in positivo, senza sudditanza, con dignità e furbizia."

E di dignità sembrano essere privi anche certi vitigni, come Barbera e Dolcetto, espiantati per lasciare il posto al Nebbiolo, magari poco adatto in certi punti ma ritenuto più remunerativo, almeno a breve termine; tutto in nome di una gerarchia assolutista, che sancisce il primato dell'uno senza riconoscere la dignità degli altri: "un Dolcetto, una Barbera non diventeranno mai un Nebbiolo, però si deve rispettare pregi e collocazioni di tutti i vini, come affermò Giorgio Bocca".

Non vanno proprio giù, a Rinaldi e a colleghi come Altare e Mascarello, quei trenta ettari in più che il Consorzio di tutela (da cui lui, a malincuore, è uscito) vorrebbe ottenere dalla Regione per aumentare la superficie di vigneto da coltivare a nebbiolo da Barolo: "per mettere vigne violentiamo queste colline quasi uniche e preziose, feriamo questi profili con aggressività e impostura; non le “scuà d’ cà“ –  le scopate di case dei nostri antenati ma le villette a schiera." Non si tratta di ambientalismo fine a sé stesso: troppa offerta, svalutazione della domanda, incognite climatiche e una forbice di mercato inquietante sono questioni reali su cui molti non sembrano avere voglia di discutere. 

Anziché strizzare allo spasimo le vigne nei confini della denominazione, dice Rinaldi, diamo un dodicesimo comune alla denominazione: quell'Alba che è già capoluogo delle Langhe. Ci aveva già pensato più di un secolo fa Domizio Cavazza, fondatore della Scuola Enologica del paese e padre ideale del Barbaresco. Ma Cavazza, ricorda Rinaldi, era di Modena. Non era uomo di Langa. 

Gherardo Fabretti

 

© Associazione Italiana Sommelier (ed altri contributi)