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martedì 18 febbraio 2014 13:45:00

A Tucson, Arizona, si respira ancora l’aria del western più puro del popolo yankee, ci si può ancora immaginare la mandria e i mandriani che inondano di polvere la strada principale del paese.

A Tucson, o meglio a Old Tucson, l’intatta scenografia ambientale ha attirato le major cinematografiche che vi hanno individuato degli ideali set per alcuni film western che hanno segnato un’epoca filmografica.

Alcuni titoli? Arizona, con William Holden,  Winchester 73 con James Stewart, Rio Bravo con John Wayne.

Quando l’epopea della conquista era in piena auge, la birra e il whisky dissetavano le polverose ugole dei cattlemen e nella vicina Tombston si celebra ogni sera il rito del gioco d’azzardo nel 110 saloon e le “red light women” coloravano di sorrisi i rudi uomini del Sonora desert. Qualche volta ci scappava anche il morto, soprattutto negli anni in cui Doc Holliday e la maitresse Big Nose Kate abitavano le notti dei tavoli da poker.

Adesso stiamo assistendo a una nuova Arizona, la racconta mercury news, ed è un racconto vitivinicolo.

Questo un po’ stupisce, tanto che ci siamo chiesti: stai a vedere che anche l’Arizona è intenzionata a fare vino!

E così è! Nonostante il paesaggio desertico poco invitante per la vite, qualcuno ha iniziato a scalare le colline più alte e si è accorto che c’erano le condizioni per piantare la vite.

Le condizioni criticamente estreme hanno concentrato i vigneti nella Verde Valley, poco fuori Sedona, a Sonoita a sud di Tucson e nella Cochiese County nell’est, a un’altitudine di 750-1550 metri slm.

I nuovi eno-pionieri impegnati nella corsa all’oro enologico, in quello che potremmo definire il Wine-West stanno ancora testando la rispondenza dei vitigni con le condizioni ambientali.

I vitigni oggetto di sperimentazione sono Syrah, Grenache e Mourvedre in puro Rhône Style. Per l’Italia sono stati selezionati il Nebbiolo, l’Aglianico e il Sangiovese, mentre per la Spagna si sono limitati al Tempranillo e al Graciano.

Le cultivar di Francia sono Cabernet Sauvignon, Cabernet Franc, Petit Verdot e tanto Chardonnay.

Il blending è per ora lo stampo enologico dominante, diretta conseguenza di un clima molto caldo di giorno, oltre i 37°C, e  fortunatamente notevolmente freddo di notte; sono ancora in fase di studio produttivo, ma qualcuno ha già intravisto alcune potenzialità nella Malvasia bianca per fare dei vini frizzanti, nel Tannat che maturerebbe meglio che a Madiran e perderebbe un po’ della sua naturale astringenza e poi lo Chardonnay.

Già stanno pensando all’effetto marketing, “Arizona Chardonnay”.

Ci aspettiamo un altro Chardonnay? No davvero! È d’un giallo paglierinissimo con fasce dorate e lucenti, con profumi “grassi”, di frutta esotica sciroppata, di noce di cocco, di dolcissimi fiori di tiglio e finale mieloso. Al gusto sarà capace di offrire quel tipico spunto morbido conseguente al calore della maturazione dell’acino, con freschezza e sapidità timidamente partecipi dell’equilibrio gustativo. Insomma uno chardonnay da nuova enologia, cioè morbidone.

Dall’ultima vendemmia, il 2013,  prevedono di produrre 500.000 bottiglie di vino e questo la dice tutta sull’affermazione dell’enologo Eric Glomski e sugli scogli da evitare: la percezione che si ha dell’Arizona è legata alle visione di Looney Tunes, del Coyote e di Road Runner (beep-beep) e di tutto quel deserto popolato da occasionali cactus e da Acme anvil (l’incudine con cui Coyote tenta di schiacciare Road Runner. Ndr)

Per cui, che dire di questa nuova linfa di Chardonnay dall’Arizona? Speriamo abbia più fortuna di Wile Coyote, conosciuto in Italia come Vilcoyote.

AIS Staff Writer

 

© Associazione Italiana Sommelier (ed altri contributi)