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venerdì 24 maggio 2019 08:30:00

Congratulazioni Beatrice. Sei la Miglior Sommelier della Valle d’Aosta! Raccontaci, come ti sei avvicinata al mondo del vino? 

Grazie per i complimenti intanto! Il mondo del vino si è sicuramente avvicinato a me prima ancora che io nascessi: mia mamma, infatti, mentre frequentava il terzo livello per diventare sommelier AIS, ha scoperto di essere incinta proprio di me! Ma è stato comunque verso i 21 anni che, per la prima volta, ho sentito quel brivido che tutti noi sommelier, chi più chi meno, ha provato.

Era agosto, faceva un gran caldo e la Trattoria di Campagna (ristorante che appartiene alla mia famiglia da più di quarant'anni) era al completo. Mio papà si gira verso di me e mi lancia una bottiglia di Fumin di Maison Anselmet: “vai al tavolo 36 e aprila” - “ma papà non sono capace!” - “arrangiati, cerca di sbrigartela in qualche modo!”. E' finita che il cliente, uno svizzero pieno di soldi, si è dovuto aprire la bottiglia da solo: una vergogna per me, un colpo inflitto dritto al centro del mio ego. Da quel giorno in avanti mi sono detta: io voglio sapere tutto. Non voglio mai più che un cliente mi insegni come devo fare il mio lavoro. Ecco quindi che mi sono avvicinata all’AIS, con determinazione. Poi si è trasformata in una passione. Inarrestabile.  

 

Parliamo un po’ della Valle d’Aosta. Regione più piccola d’Italia eppure non certo uniforme dal punto di vista vitivinicolo: Alta Valle, Valle Centrale, Bassa Valle, ciascuna con le proprie peculiarità e contraddistinte, al proprio interno, da ulteriori differenze. Come ti sei preparata? 

Pur essendo la regione più piccola d’Italia è senza dubbio una realtà particolarmente interessante dal punto di vista vitivinicolo. Si parla, infatti, di viticoltura eroica! Ad oggi contiamo circa 500 ettari vitati, con una produzione di nicchia (parliamo di 2 milioni di bottiglie) e 64 tra cooperative e piccoli produttori. Per la preparazione ho consultato diversi manuali, tra i quali il libro di Giulio MoriondoViti e vigneti della Valle d’Aosta” ma, fatto più importante, nell’ultimo anno sono andata a trovare personalmente i principali vignerons della regione, ascoltando affascinata le loro storie di fatica e di vittoria. Importante poi è il mio rapporto con la cantina Tanteun e Marietta, l’unica cantina che vinifica in centro storico ad Aosta, dove, insieme ai fratelli Marcoz, ho avuto la possibilità di toccare con mano diverse parti della vinificazione, andando a mettere in pratica concetti che fino ad allora avevo solo studiato teoricamente.  

 

Ci sono denominazioni, etichette, produttori che apprezzi in particolar modo? 

La denominazione che trovo più affascinante è quella del Blanc de Morgex et de la Salle, ai piedi del Monte Bianco, dove troviamo il vitigno Prié Blanc, uno dei pochi vitigni al mondo ad essere ancora su piede franco e unico in Valle d’Aosta, che trova nella figura di Ermes Pavese il suo massimo produttore. Interessante l’assaggio dello stesso nella sua versione secca: colore bianco carta, con acidità, mineralità e sapidità spiccate. Il metodo classico è di una finezza incomparabile. La vendemmia tardiva sa di pera williams e leggero zafferano.  

Tra i produttori che più apprezzo, Les Crêtes, che con il suo Nebbiolo Sommet mi ha fatta innamorare del picotendro, Maison Anselmet che utilizza il legno con saggezza ed eleganza (da provare il Semel Pater 2014) e ancora il Feudo di San Maurizio di Michel Vallet che tiene alto il nome del mio paese natale, Sarre, con il vino Saro Djiablo. Da provare poi il Rouge Farouche di Tanteun e Marietta, il Torrette Superiore di Chateau Feuillet, il Fumin di Di Barrò, l'Impasse di Cave Gargantua e ancora l’Heritage di Marco Martin.  

 

E fuori dalla Valle d’Aosta? 

Fuori dalla Valle d’Aosta mi trovo ad essere un po’ eclettica a dire la verità; non ho una regione di preferenza. Nei bianchi cerco acidità e intensità olfattiva. Mi viene in mente così, a caldo, il Vintage Tunina 2016 di Jermann. Tra le bollicine amo i pas dosé, la bolla “arrogante” e “dritta”, come può essere quella di Rocche dei Manzoni: Valentino Brut Zéro, 120 mesi sui lieviti.

Per quanti riguarda i rossi, l’importante è che non siano dei succhi di frutta: amo la complessità, l’intensità e la persistenza aromatica. In Piemonte il No Name di Borgogno incontra molto il mio gusto; in Veneto invece il Primofiore di Quintarelli è di un’eleganza strabiliante, così come il Rosso dell’Abazia di Serafini&Vidotto e il corvina in purezza di Allegrini, la Poja. Prodotti strabilianti. In Toscana l’amore è per Bolgheri: il Seggio e il Sondraia di Poggio al Tesoro potrei berli tutti i giorni senza mai stancarmi. In Campania l’Aglianico è il mio grande amore. Sono anche una buona amante dell’eleganza del Primitivo di Fino, del corpo del nero d’Avola di Firriato e del cannonau di Montisci.  

 

Le ultime annate hanno colpito duro in regione: nel 2014 tanta pioggia in Bassa Valle, l’anno dopo caldo a non finire. Gli ottimi risultati del 2016, poi, sono stati sostituiti da un 2017 difficile. Nonostante tutto, i produttori hanno lavorato duro. Ricordi qualche bottiglia interessante relativa a quelle annate? 

Se devo essere sincera nel 2014 ero impegnata nel mio secondo anno universitario, interamente passato in Francia e il mondo del vino era ancora molto lontano per me. Invece nel 2016 e nel 2017 ricordo l'uscita di diverse etichette che per la prima volta hanno visto le tavole, valdostane e non: Il Merlot le Merle e il Nebbiolo Sommet di Les Crêtes, l'Unpercento di Ermes Pavese. Sono stati anche gli anni del botto della Cave de Gargantua, piccola azienda in crescita che lavora sul nostro territorio.

 

Nicolas Ottin ha definito la Valle d’Aosta una terra di ‘vini di lusso’ e varietà autoctone. Cosa ne pensi? Partiresti da questi punti per ampliare la conoscenza del vino della regione? 

Nicolas Ottin ha ripreso il pensiero di Lorenzo Francesco Gatta che intorno al 1836 nel suo “Saggio sulle viti e sui vini della Valle D’Aosta” scrisse appunto che i primi vini ritrovati in alcuni castelli valdostani, di proprietà della famiglia Challant, furono proprio i cosiddetti “vini di lusso”. Al tempo erano principalmente quattro: il muscat, il clairet, la malvasie e il torrette. Il termine “lusso” non solo indicava la categoria sociale a cui erano destinati questi vini, ma anche e soprattutto la lavorazione alla quale erano sottoposte le uve che andavano a creare a tutti gli effetti un vino detto “forzato”, lasciando appassire le uve per un periodo minimo di due mesi e una sosta in cantina per almeno 3 anni.

A oggi la situazione post fillossera è decisamente differente: gli ettari vitati sono 3600 in meno rispetto al 1800 anche se ancor oggi i vitigni sopracitati vengono utilizzati, come il muscat, vinificato ancora in vendemmia tardiva, ma anche in versione secca. Riprendendo le parole di Ottin, infine, “cercare nel passato le risposte per interpretare il futuro”, andando quindi sempre più alla riscoperta delle nostre antiche tradizioni ed esaltando la nostra ricchezza, racchiusa proprio nel nostro territorio e tra le nostre 13 varietà autoctone.

 

Ottin ha anche scritto: poco si sa nel mondo della Valle d’Aosta e ancor meno dei suoi vini. Il rinato movimento viticolo presente in questo momento sta riportando la nostra regione tra le realtà viticole italiane e, nonostante questo, ancora poco si sa su di noi e sulla nostra storia. Cosa ne pensi? Hai dei suggerimenti per ampliare la conoscenza e l’apprezzamento tra il pubblico del vino della Valle d’Aosta? 

Penso che ogni giorno, sempre di più, la Valle d'Aosta stia imprimendo un piede importante nel panorama vitivinicolo, italiano ma anche mondiale. Partecipando a Vinitaly 2019 all'interno del gruppo servizio per la Valle d'Aosta, ho visto moltissime persone interessate alla nostra piccola regione, con una buona percentuale di stranieri, da ogni parte del globo. Essendo giovane, credo nella potenza dei social media e degli influencer: meglio facciamo, meglio sponsorizziamo il nostro territorio, più riusciremo ad attrarre personalità competenti ed importanti all'interno del mondo del vino.

 

Per i più curiosi. Ti ricordi quali domande ti hanno proposto? Quali abbinamenti sono stati oggetto della prova?

Certo! Nella prima prova, ovvero quella scritta, le domande sono state davvero toste. Ricordo che un esercizio prevedeva il riconoscimento del territorio di origine di alcune doc e igt (di tutta Italia); un altro richiedeva il nome della denominazione e della regione partendo da un'etichetta. Per quanto riguarda l'abbinamento, durante lo scritto, se non ricordo male, avevamo un filetto di maiale con un coulis di lamponi, mentre all'orale l'abbinamento prevedeva un antipasto e un primo piatto a base di pesce; a seguire un secondo di carne. Ricordo che mi è stato chiesto un vino che potesse sposarsi bene con tutte e tre le portate.

 

Qual è il tuo prossimo obiettivo come sommelier AIS? 

Sicuramente prepararmi al meglio per il concorso nazionale previsto a novembre a Verona. A seguire mi piacerebbe diventare degustatrice ufficiale AIS, continuare a partecipare attivamente alla vita dell'associazione e chissà, un giorno, magari essere anche la prima relatrice donna all'interno dell'AIS Valle d'Aosta.

Gherardo Fabretti

 

© Associazione Italiana Sommelier (ed altri contributi)