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venerdì 17 luglio 2015 16:00:00

L’altra Toscana. Con questo nome s’impose all’attenzione del mondo enologico, significando anche un distacco amichevole con il cuore chiantigiano interamente sangiovesizzato. Tutti sappiamo che quella nuova Toscana del vino rosso si mosse sull’onda del Sassicaia per molti anni, poi se ne sono affiancati altri, quasi tutti bordoleseggianti, ma con un minimo comune denominatore: grandissima qualità.

La Val di Cornia non fu tra le prime a ottenere un riconoscimento legislativo, ma non è nemmeno l’ultimo calesse in fatto di qualità, anzi che no!

L’esperienza che raccontiamo è fuori dalla linea enologica del territorio. Racconteremo infatti di un sanviogese piantato in un ambiente arido, idrico drenante e siccitoso (la Val di Cornia è arida), da selezione massale di vigne franche di piede, da vigneti che datavano 1900-1910, tanto da farne scaturire 26 biotipi che ben si amalgamavano con l’ecosistema ambientale; c’è anche la coltivazione del sangiovese ad alberello. Siamo a Rubbia al Colle, a Suvereto, nella tenuta di proprietà dell’Arcipelago Muratori. Il vino del racconto è il Val di Cornia Sangiovese 2012, “Barricoccio”, e c’è anche il concorso di 5% di ciliegiolo. Una volta raccolta l’uva, segue vinificazione con follatura per 15 giorni, poi malolattica e via in barrique per sostarvi tra 12/18 mesi, a seconda dell’annata. Che c’è di particolare direte? Siamo nell’ambito del vino in barrique! E invece no! Le barrique sono di coccio, di argilla dell’Impruneta, ben vetrificate  e isolate con cera api. Il vino sta li, con le proprie fecce sospese, ad assorbire i mononucleotidi e  le mannoproteine, a stabilizzarsi nel colore, a non assorbire tannino, fenolo o furfurolo, completamente isolato dall’ossigeno. Ne esce un vino limpidamente rubino, con fruttato incisivo e rinfrescante, dai sentori di ciliegia, di mora, di ribes blu. Il girotondo olfattivo si completa con sentori di macchia mediterranea, di rosmarino, un tocco di bacca di ginepro, un che di balsamico e un puff di carboncella e cracked black pepper: si potrebbe definire il profumo della barrique che non c’è. Il gusto è brioso e rinfrescante, per niente ossessivo in opulenza, come certi concentratoni lì vicini. Ha tannino al sapore del succo di ciliegia, anche vagamente speziato; non ha una lunghissima scia gusto olfattiva, ma fintanto resiste (e non è che duri poco) la scacchiera dei flavor e ben variegata (frutto e balsamico)  e molto appetitosa, tanto da farci affermare: e che san giovinezza sia!

AIS Staff Writer

 

© Associazione Italiana Sommelier (ed altri contributi)