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giovedì 18 febbraio 2016 15:00:00

Non staremo qui a rinvangare quelle scelte che nel passato pur avendo innalzato valori e volumi di qualità del vino, in specie nel rosso, sono adesso sbattute contro ogni specchietto retrovisore quasi a evitare di voler osservare ciò che è stato. Quelle furono scelte vincenti, fatte in funzione di quei tempi, di quei vissuti di un boom enoico a tutto tondo che adesso non possono avere le stesse cornici, figuriamoci i disegni. C’è stato un cambiamento, e forse il vero tocco di bacchetta è stato ancora una volta mosso da quella persona che fu di aiuto a generarlo, cioè Mr Parker. Il suo distacco dal vino sta producendo strategie nebulosamente fluttuanti, come se navigando in mare a qualcuno mancasse il riferimento della stella Polare.

A prescindere da ciò che può essere affermato, sia nel senso del dibattito di una nuova filosofia dell’uso della barrique, della dannazione alcolica, dello smantellamento della concentrazione cromatica e di quant’altro d’eccesso dello stampo enologico del new world, il succo del discorso vino e di attrazione d’acquisto nel mercato s’è segmentato, frazionato, in modo inequivocabile.

Da una parte c’è il vino che viaggia nelle economie del mondo come un listino di borsa, e si quota di volta in volta nelle varie aste del pianeta, assurgendo di fatto, per molti appassionati, allo status di chimera enoica; dall’altra parte c’è una rivalutante attenzione per quello che tempo fa si chiamava rapporto qualità prezzo e che gli analisti eno-finanziari hanno spazzato via con l’accattivante valore commerciale.

In realtà non si tratta del puro rapporto qualità/prezzo d’una volta, la nuova linfa nel consumo del vino sposta l’attenzione sul concetto di autentico, disinteressandosi all’autenticato dal mercato, dalla borsa e/o dai media.

Che ci sia un ritorno alla tipicità, a quello che si definiva vino sincero perché stretto nella morsa del suo percorso viticolturale e culturale, condito di cose da raccontare che non siano il “red-hunter”, il “délestage”, il mix di Allier e Nevers con tostatura L++, e via dicendo; ebbene, non è così certo quel ritorno, però gli indizi sono innumerevoli.

C’è un movimento che sta nascendo e che vede di nuovo il vino come un lavoro manuale, di sofferta passione per l’evoluzione vegetativa dell’annata, di mettere della “cacca” in vigna, di recupero in purezza convenzionale, oppure di rigida sostenibilità ambientale dell’ecosistema che può arrivare anche al bio o al vegan, però non come pontificazione, semmai come coscienziosità filosofica. Concordiamo però con ciò che affermò il Prof. Moio alla presentazione della prima edizione della Guida Dr. Wine: “Non si può pensare o credere di poter fare il vero vino con i sistemi del Medioevo”.

Tra gli attori di questa nuova disposizione sulla scacchiera si annoverano già – e tra poco non se ne può più – i vitigni indigeni/autoctoni. E speriamo sia la volta buona! Anche perché in Italia di vitigni autoctoni se ne trovano per tutti i gusti, e anche un po’ per i disgusti, perché, intendiamoci, autoctono non certifica ne garantisce il bello e il buono, e spostarsi sul vino genuino non si avalla il vino autentico (tipico).

Per autentico sembra si debba intendere, così risuonano i rumors europei, i vini che dipendono da vitigni restii ai viaggi, vitigni stanziali per storicità e natura, ostici ad ambientarsi in altri luoghi e se lì si trovano a fruttificare non offrono lo stesso livello di qualità, ma si mascherano a tal punto fino a nascondersi.

Ciò sta portando vantaggi al nebbiolo, e al suo essere vigna-dipendente, alla corvina nell’enclave della Valpolicella, al sangiovese nel colle di Montalcino, anche l’aglianico è reputato frutto d’autenticità ampelografica. Il concetto però non può essere ristretto alla condizione di autenticità, questa è molto vicina al principio di tradizionalità, nel senso di tradizionalismo, da porre in contro bilanciamento ai modernisti (del gusto). Invero c’è volontà di equilibrare i due concetti produttivi, ma l’occhio di riguardo adesso lo si rivolge più verso la sostanza terroir/tradizione che al terroir/modernizzato.

Queste sono le vibrazioni che scuotono certe eno-filosofie, che attirano le attenzioni dei wine-writer, che stanno diventando stimolanti occasioni di ricerca per molti consumatori non convenzionali e non convenzionati nelle aste en primeur. Per l’autoctono Italia è la nuova occasione per portarsi più avanti, dritti verso una nuova frontiera. Noi saremo in prima fila a sostenere questi sforzi e a incoraggiare quelle intenzioni.

AIS Staff Writer

 

© Associazione Italiana Sommelier (ed altri contributi)