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martedì 19 marzo 2013 15:30:00

di Roberto Bellini 

L’uva Arbane, nei vigneti di Bar-sur-Aube e nelle zone circostanti, è considerata autoctona ed è residente in questi territori da qualche centinaio di anni. Il vitigno si caratterizza per la produzione di grappoli che accolgono acini di dimensioni differenti, cioè piccoli e grandi, la buccia è invece alquanto spessa e resistente, tanto che crea qualche problemino nella pressatura. È un vitigno tardivo, per cui necessità di essere piantato su dei pendii ben esposti.

La sua peculiarità è quella di raggiungere il proprio punto di maturazione quando ha solo 9°, mentre gli altri nello stesso periodo sono già a 10 o 11°.

Era un’uva da Champagne prima dell’invasione della fillossera, anche se ai vignaioli è sempre sembrata un’intrusa nel vigneto. Qualcuno nell’Aube racconta ancora che in certe annate l’acino restava così duro, e immaturo, che lo si poteva mettere nella carabina per sparare ai cinghiali che invadevano la vigna.

Poi è anche poco produttivo e cagionevole di salute, nonostante la scorza dura è molto sensibile al marciume (anche nero), ciò spiega perché sia stato abbandonato a favore del Pinot Noir e del Meunier.

Però c’è chi l’ha ancora nel vigneto, anche se in misura esiguissima: Tarlant ne ha 13 are, Aubry 50 e Moutard quasi 2 ha. La legge ha stabilito che non possa più essere piantato, ma quello esistente può essere mantenuto e quindi reimpiantato senza aumentarne l’estensione.

Eppure quando tutto va per il meglio (però non si sa quando), l’Arbanne dà Champagne di buonissima fattura, seppur mancanti di quell’opulenza che il Pinot Noir assorbe dal suolo quaternario dell’Aube. L’Arbane è rustico e acidulo per natura, ma la sua asprezza non è spigolosa o malica, è molto vivace, talvolta un po’ verde, ma non amara.

La Maison Moutard l’ha adottato per creare uno Champagne molto particolare: la cuvée Cépages Arbane Vieilles Vignes. Ricordo che in Francia la dizione Vieilles Vignes si può impiegare solo se le vigne hanno un’età superiore a 25 anni.

Non è un caso che la Maison Moutard abbia scelto vigne così vecchie, anche oltre 50 anni, perché il grappolo dà più garanzia di equilibrio tecnologico nella maturazione.

La lavorazione dell’Arbane è segnata anche dal passaggio in legno, per attenuare l’austera rusticità dell’uva, che poi si scoprirà essere d’una sottilissima rusticità che sboccerà in sensazioni di straordinaria unicità e quindi di elegante tipicità.

Quel 2006 così distintamente tinto d’un paglierino intenso, che trascina seco anche quel bizzarro verdolino della buccia spessa, è garanzia del suo essere autoctono. Il profumo esce dalle fragranze compassate del Noir dell’Aube, s’accosta a note aromatiche che rimandano al Traminer (e questo è straordinariamente strano), riemerge poi con tutto quello spirito di agrumi concentrato nella scorza, tanto che sembra insinuarsi al naso come se lo avessero twistato.

Dà alla fine l’impressione che anche la lunga autolisi abbia faticato a conquistare quello spazio olfattivo di candido fruttato, di caramella inglese, di poco maturo frutto della passione, che gela le papille gustative con una freschezza intensamente vivace, ma non rigida.

Il palato entra subito in una dimensione vibrante quando la CO2 e l’acidità impattano con il loro shock fresco/frizzante, però accoglie ben volentieri quella complessità acidula, ma non scorbutica, che traccia un solco fruttato,  come un mix d’agrumi e di esotica asprezza del tutto poco frequente nella personalità gustativa dello Champagne della Marne.

Mi piace pensare al gusto di questo Champagne come una marcia indietro degustativa, un passo del gambero verso quel gusto che animava i cabaret e le maison close di inizio 900 (Belle Époque), a quegli attimi in cui le acerbità del nettare di Reims incontravano i pizzi e i merletti di una lingerie sensualmente profumata dal nuovo Chanel N° 5, allo Sphinx o al One Two Two.

Insomma sorbire questo Moutard Cépages Arbane Vieilles Vignes 2006, è come assimilare un po’ della storia del gusto dello Champagne… e, credetemi, non può altro che far bene.

 

© Associazione Italiana Sommelier (ed altri contributi)