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mercoledì 25 settembre 2013 17:30:00

La “part de anges”, come abbiamo già riportato l’8 luglio 2013, è quell’alcool che evapora nell’atmosfera durante l’allevamento del Cognac.

Come d’incanto, visitando una cantina di una distilleria a Cognac, nel silenzio e nella semioscurità, tra i soffici fruscii di occasionali ragnatele e gli scricchiolii dei legni sempre più consunti dalla forza dell’acqua di vita, (perché così è chiamato il distillato finché viene custodito dalle barrique), sembra quasi di odorare una dimensione differente dell’essere liquido e alcool, una dimensione che è prima cerebrale e poi materiale.

L’alcool e il distillato, sia nella fabbricazione che nella beva, ha un’associazione completamente abbinata al mondo maschile, gli esempi al femminile sono rarissimi.

La cosa ci ha colpito quando il sito winemag.com se ne è uscito con un articolo che raccontava del mondo femminile della distillazione, non inteso chiaramente come quella professionalità che officia alla distillazione, ma a quelle parte creativa ed elitaria che investe la creazione del blending finale, quello che va in bottiglia.

L’indagine che abbiamo avviato ci ha condotto su lidi alcolici sorprendenti, e soprassediamo a ciò che scrive con graziosa maestria Kara Newman, citando Joy Spece, Master Blender del Rum Appleton in Giamaica, la bionda Bridget Firtle che fa un NY Rum a Brooklyn, o Katia Espirito Santo che fa Cachaça in Brasile, o ancora Rachel Barrie che miscela sapientemente whisky per Bowmore in Scozia.

E che dire infine di Pierrette Trichet, che ha sapientemente miscelato il lavoro dei cellar master di 50, 60 anni fa e ha creato il Rémy Martin’s Louis XIII Rare Cask, immesso sul mercato a 25.000 €.

Non si può rimanere che felicemente sorpresi e il pensiero non può che correre ad un altro angelo femminile, un donna che da tempo distilla e assembla nella distilleria di famiglia, datata 1807, il suo nome Martine Lafitte.

Martine è una signora tutta guascogna, permeata compiutamente nel terroir, con radici piantate convintamente in quel suolo di calcare e argilla che consente all’uva Folle Blanche di uscirsene con una rotondità fruttata unica e universale. Chiaramente si parla di Armagnac e del Domaine Boingnères.

Martine ha affiancato il padre Leon nel resistere alla tentazione di abbandonare la difficoltosa coltivazione della Folle Blanche a favore di Ugni Blanc e Colombard, cosa che molti nelle Landes hanno adottato. Infatti, nei 19 ha di proprietà, tutti nel Bas-Armagnac (la zona più pregiata), 10 ha sono restati a Folle Blanche e gli altri divisi nei due compartecipanti.

La “Folle” signora verrebbe da definirla, non solo per aver preservato quell’uva, ma perché ha anche fatto di quella Folle Blanche, distillata con raffinata padronanza, qualcosa di unico, di ricercata espressione di un’eleganza da abbinare alla potente carica di alcool, che in modo del tutto naturale gli spirits si portano con sé.

Osservando il suo distillatore a colonna e la cantina in cui giacciono le barrique riempite con la linfa distillata – in tutti i sensi – di un terroir unico, il tempo non riesce a scorrere e ci si potrebbe anche dimenticare che siamo già alla versione 5 dell’iPhone.

Il silenzio è un obbligo non imposto ma naturale, viene spontaneo fermarsi a meditare su un mondo a cui quel distillato ancora non appartiene e rattristarsi per quella parte di pianeta che non sa quel che si perde, camminando tra le file delle barrique, calpestando la terra morbida e umida, che rinserra le doghe delle barrique e assorbe il respiro del visitatore.

L’Armagnac chiede silenzio per vivere al meglio, i suoi sogni sono un futuro di armoniosa emozionalità gustativa. Gli Armagnac Boingnères si lasciano odorare per minuti, l’alcool s’è così congiunto con l’acqua (non aggiunta) in cui convive che non crea alcun cenno di effetto penetrante, così si può scoprire un caleidoscopico effetto fruttato, come di marmellata, oppure di arancia candita, di pâté di nespole, di miele, di cioccolato all’arancio amaro, di vaniglia. Poi il palato, un volume liquido alcolico di spessore quasi untuoso, che si spalma sulle papille a evitare che l’alcool rompa l’equilibrio di cremosa sciropposità; a chiudere il poussé Armagnac, quella leggerissima rugosità finale, un po’ di disidratazione e un po’ tannino, che fa esclamare: questo è un Armagnac di Terroir, come ama bisbigliare la famiglia Lafitte.

AIS Staff Writer

 

© Associazione Italiana Sommelier (ed altri contributi)