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venerdì 29 gennaio 2016 15:15:00

La famiglia Massa è una fucina di viticoltori che abita quella parte del Piemonte in cui non troneggia il nebbiolo. Non è mai esistita una viticoltura facile nell’alessandrino, e a parte qualche storica perla da uva cortese, tutto il resto è stato condotto quasi come un atto di resistenza. I Massa esplodono con e per la rigenerazione del vitigno timorasso, di cui hanno elaborato (e ancora oggi è così) delle versioni straordinarie: Sterpi, Montecitorio e Costa del vento, vini sono ormai nomi leggendari.

Walter Massa è la punta dell’iceberg della famiglia, ha vulcanicità viticolturale e non disdegna di allacciare la sua filosofia enologica al tempo agricolo che fu. La sua interpretazione di un’uva bianca aromatica (così riporta l’etichetta) trova dimensione visiva nella scritta “Anarchia Costituzionale” e un sottotitolo “orgoglio artigiano, garanzia di contadino”.

La versione 2015 di questo vino, o meglio di “mosto d’uva parzialmente fermentato”, ha gradi acolici 5% vol., per cui trattiene in sé tutto il dolce naturale dell’uva.  Non è difficoltoso individuare i tratti organolettici del vino, infatti il racconto degustativo scivola via, sorso dopo sorso, con naturalezza e gioiosità. Ha colore paglierino crepuscolare (nel senso che non gli interessa di luccicare più di tanto), l’idea di lasciar frizzare le bollicine è lasciata in disparte e se ne avverte la presenza per un solleticante pizzicore al palato che non energizza alcuna durezza. Il profumo non coniuga l’immediatezza da maturazione tecnologica di stampo astigiano, con l’intreccio fragrante di fiori e frutta e un quid di erbaceo che tanto fa uva moscato; il mosto/vino di Massa è dolcemente maturo anche al profumo, stone-fruit si direbbe nel gergo anglosassone, ovvero un tono olfattivo di frutta a spicchi passata in padella/forno per glassarla con leggera caramellizzazione dei suoi zuccheri, quasi un ricordo di cornetto ripieno di confettura di mela.

Gusto “anarchico”? Mah! Di certo non ha quelle attinenze moscateggianti dei coinquilini del gusto natalizio, non s’allunga in quei toni amarevoli e terpenici, non dà valore alla CO2. È sì dolce, ma di un dolce che sembra generato da zucchero di canna anziché fruttosio, come zucchero al gratin. Molto suggestivo è il tono calvados/sidro che resiste nel finale del gusto. L’uso di “anarchia” rispetto alla ritualità del moscato frizzante può essere una spiegazione dell’essere in etichetta,  sul “costituzionale” abbiamo cercato una logicità d’analisi, però le due parole sono in antitesi, per cui verrebbe da dire: o si è dentro o si è fuori dal moscato! Quale moscato? In attesa di cogliere il senso di qualche risposta, non ci resta che moscateggiare.

AIS Staff Writer

 

© Associazione Italiana Sommelier (ed altri contributi)