Statistiche

  • Interventi (1659)
  • Commenti (0)

Archivi

martedì 26 novembre 2013 16:00:00

Jacques Beaufort è quel che si dice un vigneron “reale”. È sufficiente stringergli la mano e tutto si chiarisce. L’attrito tra la tua mano, magari liscia e delicata, e la sua, ruvidamente spigolosa, attanagliatasi in anni e anni di potatura nelle vigne di Ambonnay e Polisy, dicevamo che questo stringerli la mano segna una distanza oceanica tra il sommelier che serve il suo vino nel locale alla moda di Firenze e il vigneron che combatte contro le rigidità degli inverni e le eccentricità della canicola, in quel magico spicchio di terra che si chiama Champagne.

Ci risulta che sia tra i vigneron meno “amati” della Champagne, la sua riottosità sanculottina verso la protezione chimica dei vigneti gli ha sottratto molti amici.

Lo abbiamo incontrato al congresso nazionale di Firenze, dove ha proposto a sessanta fortunati degustatori una parziale gamma dei suoi Ambonnay Grand Cru.

La degustazione si è articolata serenamente entro i canoni Beaufortiani, con evidenti eccentricità di espressioni olfattive, con satinosità e cremosità gustative, peraltro superlativamente raccontate da Luisito Perazzo, vincitore del titolo di miglior sommelier d’Italia nel 2005.

Ma qui c’è da raccontare un’apoteosi enologica: il Rosé Grand Cru Ambonnay Doux.

L’annata di riferimento che compone la cuvée è il 1995, poi altro non siamo riusciti a captare, vista la cripticità espressiva di Jacques,  avaro custode dei propri passaggi produttivi.

Tra le cose che s’è lasciato sfuggire ci sono le uve, e cioè 80% Chardonnay, 20% Pinot Noir, quindi nessuna novità perché tutti i suoi Ambonnay sono composti così. Per quanto riguarda lo zucchero finale, questo si aggira sui 60 grammi litro.

Beaufort è diventato famoso per la produzione dei demi sec e dei doux, versioni queste da lui avversate per anni e cadutegli nelle grazie per una curiosa casualità. Fu un enologo a fare gli esperimenti con i suoi Champagne; infatti si attivò per dosarli, per conservarli e infine li propose in degustazione a Jacques Beaufort in modo anonimo. Il risultato sorprese così tanto e positivamente Jacques che iniziò quell’avventura.

E quell’avventura ha prodotto il Rosé Ambonnay Grand Cru Doux, non millesimato, ma lungamente maturatosi in vetro, questo perché – a detta degli enologi della Marne – il Doux ha bisogno di tempo per integrarsi nella voluminosità gassosa dello Champagne, poi deve aiutarlo a perdere la sua gassosità e farlo uscire “liscio” di asperità.

Il rosé della degustazione tenutasi al Congresso Nazionale s’è presentato con tinta ruggine, mixata di rosa occhio di pernice: colore stranissimo e lontano da ogni riferimento organolettico. Profumo stravolgente, niente a che vedere con lo champagne traditional. China, rabarbaro, assenzio, muschio, erbe officinali: insomma un profumo miscugliato, come fosse una bevanda miscelata, un’alchimia medicamentosa. Infine il gusto. Il cervello ti ordina di gridare “cribbio”, non ci sono bollicine, poi si riprende dallo stupore e ti invia impulsi rassicuranti, del tipo: siamo sulla strada dell’eccelso.

Uno Champagne fantasma, e come i fantasmi quando ti sembra di scorgerlo, da una parte ti affascina, dall’altra ti intimorisce, poi ti stimola la curiosità perché la tua parte razionale del cervello ti ordina di restare nella realtà.

Una realtà vicina agli incontri ravvicinati del terzo tipo, un gusto astrale, un buco nero che crea altri buchi neri e galassie insaporite da scie di dolci espressioni di elisir intrisi di stelle, di sinuosità sciroppose ma non mielose, di morbidezze soffici e non viscose, di una lunghezza di gusto e di aroma che si conclude come una meteorite che si disintegra a contatto con l’atmosfera.

Ben si adatta a questo Rosé Grand Cru Ambonnay di Jacques Beaufort una delle affermazioni più abusate e controverse per paternità, anche se tutti concordano di abbinarlo a Don Pé:  sto bevendo le stelle.

AIS Staff Writer

 

© Associazione Italiana Sommelier (ed altri contributi)