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lunedì 9 giugno 2014 15:30:00

Non è un lambic e non siamo in Belgio. È però un’abbazia con monaci veri, che vi risiedono, come ordine naturalmente, dagli inizi del V secolo d.C. L’abbazia si trova sull’isola Saint-Honorat, raggiungibile con 15 minuti di traghetto da Cannes, al costo di 13€ a.r., qualora  i biglietti siano acquistati on line.

Saint-Pierre, che è il nome del vino, s’abbina alla denominazione Vin de Pays de Méditerranée, ed è ottenuto con due uve: clairette 60%, chardonnay 40%. La vendemmia degustata è stata il 2011.

Sono i monaci in prima persona a coltivare vigna e a fare il vino, seguendo fedelmente il dettame benedettino ora et labora.

In questo caso il bianco è vinificato parzialmente in legno, però di primo vino per non snaturare del tutto la marina naturalità del vino.

Da queste parti i monaci hanno preferito usare lo chardonnay per impreziosire il profumo del clairette, con apporti di iris bianco, narciso ed erica, e per completarne la struttura con un pizzico di minerale e di sdrucciolevole finale amaricante (pompelmo)

Dall’altra parte il clairette offre il suo semplice tono vegetale d’erbe mediterranee che ricordano anche un po’ il finocchio selvatico, foglie di menta e un trito di basilico (quello che usano per il pistou).

Il profilo dei frutti non è particolarmente pronunciato all’olfatto, infatti di esaurisce in un tentativo di proporsi con sentore di susina gialla e con un’ovvissima mela golden delicious.

Non v’è riscontro fruttato nemmeno nella freschezza, ormai un po’ allo stremo del proprio vibrar in durezza, dolcemente sopraffatta da una morbida setosità glicerica e spinta in un angolo da un alcool forse un po’ stordente (14%) e da una media compattezza sapida.

L’uso del clairette complica l’essenza di questo vino perché quest’uva fornisce una forte dose di alcool, figuriamoci in condizioni così ottimali di calore; lo chardonnay fa quel che può, ma anche lui non riesce a contenersi in alcool per il clima troppo propenso a concentrare zuccheri nella polpa dell’acino.

Quindi a questo clairette isolano non basta l’elegante acidità dello chardonnay per vestirsi con un abito che resiste alle stagioni, per cui la sua bevibilità rischia una repentina ritirata nelle trincee dello spunto ossidativo e dell’eccessivo movimento morbido.

Per la sua passionalità erbacea può gradire un abbinamento con pesci alla provenzale, con l’insalata niçoise, con la bourride e con la brandade de morue.

Non è facile trovarlo nemmeno sulla Croisette, però alcuni ristoranti estivi e balneari che s’affacciano a livello del mare, giusto sotto le palme, potrebbero averlo in carta e proporvelo con le sardines à l’escabèche, che molto assomigliano alle alici in scapece di italica memoria culinaria. In questo caso la morbidezza del vino è ben accetta, soprattutto per attenuare la molto rinfrescante tendenza acidula della marinatura in aceto di vino bianco.

È un vino prettamente estivo, ma da non perdere come esperienza di beva nel caso in cui vi ci imbattiate.

AIS Staff Writer

 

© Associazione Italiana Sommelier (ed altri contributi)