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venerdì 13 giugno 2014 17:00:00

La parola Bordeaux evoca istantaneamente l’immagine enoica dello Château e della sua certificata gerarchizzazione, una scalinata di elementi qualitativi che fin quando si è in ascesa subentrano molti taciti accordi, però appena si fa il passo del gambero s’innescano i litigi legali, e negli ultimi anni anche dei sottintesi elementi di critica e di criticità di giudizio.

Oltre il blasone ufficiale c’è però una micro realtà viticolturale  fatta di veri scarpinatori del vigneto, di gente che usa le forbici per potare e guarda al vigneto come fosse un giardino da curare e non un fondo di investimento da borsizzare.

Abbiamo incontrato il vino che Dominique Léandre-Chevalier produce nella sua azienda a Blayais (Gironda), il cui nome è purtroppo ancora segnato dal bordoleggiante Château Le Queyroux, che in etichetta è sostituito da DLC.

Cos’ha di particolare Léandre-Chevalier come vignaiolo? Innanzitutto ha diviso gli ettari in due distinti segmenti di coltivazione, impiegando mezzi e attrezzi convenzionali rivisitati nella parte più estesa, 8 ha; nella parte natural boutique di 3 ha si è calato in un’azione di restaurazione colturale.

Ci intriga molto il suo sistema di piantagione di vigne in circolo, sono sette parcelle con una densità di ceppo per ettaro che raggiunge il numero di 33.333; ciò ricorda molto l’epopea della vigne en foule della Champagne ottocentesca.

Alla domanda del perché, la risposta è d’una naturalità disarmante: «È il mio giardino, voglio rispettare il ciclo della natura, per ricercare la purezza di ogni diversa stagione di maturazione, perché così come ogni uomo è diverso, anche ogni millesimo lo deve essere, ciò mi aiuta in questo, ogni anno sarà quindi unico, autentico e con il suo carattere».

Questo esperimento è ancora in evoluzione, partì nel 1985 con 1,2 ha, oggi è giunto a 3, e ha scelto di piantare il Petit Verdot pre fillossera. La tecnica di coltivazione scelta è antesignana, risale a prima del 1870 e si chiama “provignage”. Ogni anno un tralcio di circa 50 cm è piegato e incavato nel terreno, 30 cm più avanti il sarmento esce dal terreno e viene fissato al palo di legno di sostegno. Il taglio aggressivo farà produrre solo due grappoli d’uva, mentre il tralcio sotterrato, una volta tagliato, si trasformerà in tante lunghe radici che succhieranno gli aromi, i tannini, i polifenoli e gli antociani: tutti d’estrema finezza e purezza.

Ci hanno attirato molto i suoi vini, però siamo restati ammaliati dal Merlot 11111 e dal Merlot 33333, dove i numeri indicano i ceppi per ha, però non coltivati in circolo.

Il terreno è uguale per entrambi, uguale è il portainnesto e l’esposizione; anche l’età delle piante e la resa è la stessa. Le vigne sono lavorate solo con l’aiuto del cavallo, per mantenere il terreno molto soffice.

Dopo la vendemmia il percorso enologico è stato identico, quindi l’unica differenza resta nel numero di piante a ettaro.

Dominique  consiglia di degustare i due vini obbligatoriamente in coppia, noi ne abbiamo testato uno, il 33.333: uno spicchio di liquido. Vi abbiamo riconosciuto tutto il Merlot possibile e immaginabile, con coesa fusione colorata in un massiccio rosso porpora, una straordinaria e magmatica ampiezza odorosa s’è aperta in un ventaglio di ciliegie a polpa scura e ribes nero appena schiacciatisi in un paniere di vimini, in cui le adornanti foglie procuravano anche un primaverile senso di erbaceo. La mineralità è fumosa, come di pietra grigia di cava. Gusto dal tannino sostanzioso ma non angolare, è ruvido quel tanto da non urtare la suscettibilità glicerico/alcolica e da lasciare la parola anche alla fresca sapidità.

Giusto per la cronaca, il vino da solo Petit Verdot – 33.333 ceppi/ha coltivato in circolo –, che non abbiamo degustato, si chiama Tricolore ed è un Vin de France.

Non si trova in Italia, però se passate per Parigi potrete cercarli da: Les Caves Augé in Boulevard Haussmann o da Les Cave du Roy in Rue Simart, o più semplicemente su lavinia.fr.

AIS Staff Writer

 

© Associazione Italiana Sommelier (ed altri contributi)