domenica 2 ottobre 2011 07:41:00

Dopo il punto di vista di Stefano Cinelli Colombini e del conte Francesco Marone Cinzano, rispettivamente proprietari della Fattoria dei Barbi e della Tenuta Col d’Orcia a Montalcino, ho voluto riportare un altro punto di vista sul Rosso di Montalcino e su cosa fare per questo grande vino ora che il rischio di trovarsi di fronte ad un Rosso di Montalcino super tuscanizzato, santantimizzato, cabernetmerlotizzato è stato fortunatamente sventato con la votazione del 7 settembre dell’Assemblea dei soci del Consorzio del Brunello, che ha visto imporsi con il 69% contro il 31% chi sosteneva che il Rosso di Montalcino dovesse rimanere com’è, ovvero Sangiovese 100%. Proprio come il Brunello.
In attesa di riportare, spero, altri punti di vista, è con grande piacere che posso dare la parola ad un’altra azienda storica di Montalcino, che fu tra le venticinque aziende fondatrici, nel 1967, del Consorzio del Brunello, grazie all’indimenticabile Elina Lisini, che non solo è stata per decenni la figura di riferimento dell’azienda che porta il suo nome, ma fu addirittura vice-presidente del Consorzio nel lontano 1967.
L’azienda, lo si è capito, è Lisini a Sant’Angelo in Colle e chi parla e dice la sua è Carlo Lisini Baldi, membro del Consiglio di Amministrazione del Consorzio del Brunello. Buona lettura!

Posso avere un suo commento sul voto del 7 settembre che ha decretato a larga maggioranza il no dei produttori ad un cambio di identità o quanto meno ad una doppia identità del Rosso di Montalcino? Il voto del 7 settembre probabilmente rimarrà come argomento di dibattito e caso di studio nelle facoltà di scienze storiche come summa di tutti gli errori politici che possono essere contemporaneamente svolti in un unico consesso. Qualcosa di paragonabile al referendum sul divorzio del 1974.
Ma andiamo per ordine. Appena insediato il consiglio nel maggio 2010, fu subito messo all’ordine del giorno il problema del cambio del disciplinare. Nessuno nell’ambito sia del consiglio che dei soci si allarmò più di tanto. C’era una gravissima crisi di vendita e l’ipotesi di un doppio binario per il Rosso era una ipotesi tutta da discutere. Il primo problema venne fuori quando fu proposto di abbandonare il doppio binario e di fare un unico rosso con la possibilità di inserire il 15% di altre uve. Il solo 15% permetteva, a norma di legge, di rivendicare la parola Sangiovese sull’etichetta senza peraltro citare gli altri vitigni “innominabili”.
Questa furbizia scatenò le ire di molti produttori, e l’assemblea che doveva ratificare la modifica terminò tra fischi, lazzi e improperi al presidente, il quale peraltro aveva avuto il solo torto di pronunciare un discorso molto rischioso ed assai poco diplomatico. L’assemblea si sciolse quindi con un generico impegno a ridiscutere l’argomento passati tre mesi da quella data.
Qualsiasi osservatore di buon senso avrebbe capito che le proposte di modifica, qualunque fossero, erano a quel punto morte e sepolte. Al contrario alcuni consiglieri pretesero da li in poi che il Consiglio impegnasse tutte le proprie forze, il proprio prestigio e la propria autorità nella riproposizione delle medesime modifiche. Molti autorevoli e avveduti produttori avevano già fatto notare che era meglio lasciar perdere, in considerazione del fatto che sulla carta la maggioranza necessaria all’approvazione non sussisteva.
Non ci fu nulla dare, fu fissata la data del 7 settembre per l’assemblea, data che suscitò proteste ed innumerevoli richieste di rinvio, alle quali fu risposto con tono assai poco conciliante. La faccenda finì come era previsto finisse. Anzi ancora peggio. Il problema adesso è che il Consiglio avendo giocato tutto il proprio prestigio in questa scellerata operazione ed avendolo clamorosamente perso non si sa come potrà tirare avanti nella gestione di tutti quei problemi, anche importanti, che era stato chiamato ad affrontare.
Qualche socio parla apertamente di dimissioni. Personalmente non sono d’accordo, pur essendosi suicidato da punto della credibilità e del prestigio il Consiglio non ha violato alcuna regola ed ha agito sempre all’interno delle regole statutarie. Inoltre non sono ancora pronte e definite le forze che dovranno sostituirlo. Una parola sui sindacati, ai quali è necessario dare atto di una condotta irreprensibile. In particolare L’Unione Provinciale Agricoltori di Siena si è sempre fermamente rifiutata di appoggiare una delle due posizioni, consentendo però di far acquisire agli iscritti tutte le informazioni e gli elementi per valutare oggettivamente la situazione che si era venuta a creare.

Quali tipo di problemi pensa abbia creato e possa creare la spaccatura creatasi all’interno del Consorzio, tra una maggioranza forte di produttori ed un Consiglio che ha invece voluto andare alla votazione, anche a rischio di una divisione, dopo la votazione? Cosa si può e si deve fare per ritrovare concordia e uno spirito unitario?

Le spaccature intese come gruppi di persone che la pensano in maniera diversa rientrano nella natura umana e non devono essere considerate negativamente, sono la fonte di quel processo dialettico che è alla base di qualsiasi comunità democraticamente organizzata.
A Montalcino è successo però qualcosa di diverso, c’è stato uno scontro molto duro tra due fazioni. Come ho risposto prima, questo scontro lo si è voluto prolungare oltre ogni logica ed è stato accompagnato da una certa dose di arroganza, elementi che hanno generato un confronto di una durezza che non si era mai vista prima. Nonostante questo non ne farei un dramma, le persone ed i consigli di amministrazione passano, Montalcino rimane.
Per rispondere alla seconda parte delle domanda bisogna prima definire con sufficiente esattezza cosa intende per spirito unitario. Io personalmente lo intenderei come rispetto reciproco tra tutti i produttori. Una grande azienda che ha investito miliardi (di lire) nel territorio di Montalcino portando occupazione e sviluppo ha diritto ad essere considerata e rispettata, il medesimo rispetto è dovuto al piccolo coltivatore diretto che con fatica ed abnegazione passa giornate e giornate sul suo trattorino a curare la sua modesta vigna, altrettanto rispetto è dovuto a quegli imprenditori che provenienti dal nord o comunque da zone molto lontane da Montalcino hanno investito i loro capitali acquisendo piccole o medie aziende e cercando poi di trovare una loro strada originale alla qualità dei prodotti.
Per non parlare poi dei produttori storici che troppo spesso si autoconsiderano in una posizione di privilegio e nobiltà storica. Invece si ha l’impressione che tutti abbiano da rinfacciare agli altri i propri problemi e le proprie frustrazioni. Se ciascuno considerasse positivamente il lavoro altrui senza recriminare ed evitando la continua maldicenza il problema sarebbe facilmente superato. Sembra una faccenda complessa ma in Francia si fa così da sempre.

Prima della votazione del 7 settembre si è parlato di un Rosso di Montalcino con grossi problemi d’identità e commerciali e di un Rosso che doveva cambiare per andare incontro alle esigenze dei “nuovi mercati” soprattutto asiatici. A suo avviso queste valutazioni corrispondono al vero e quali sono a vostro avviso i veri problemi del Rosso?
Parliamo di queste benedette “esigenze dei nuovi mercati”. Farò un parallelismo con il mondo musicale perché secondo me calza bene. Nello sterminato mondo della musica esistono migliaia di generi. Alcuni di questi generi sono di facile e largo consumo e permettono un facile approccio; altri sono più difficilmente accessibili, parlo per esempio dei quartetti per archi di Beethoven, delle composizioni per piano di Chopin, oppure certe composizioni di Frank Zappa, ma potrei citarne molte altre.
È chiaro che per gustare appieno questo mondo musicale meno facile è necessario un piccolo sforzo di conoscenza e di cultura, ma una volta entrativi dentro si hanno sensazioni che nulla hanno a che vedere con quelle espresse dalle composizioni di Giovanni Allevi! Bene, tutto questo per dire che anche i vini di Montalcino possono risultare non graditi a qualche palato inesperto oppure ostici a qualche cultura lontana, ma non dobbiamo per questo farne un problema, bisogna spiegarli, presentarli, farli conoscere ed avere pazienza, se la qualità c’è, e la qualità non è un concetto relativo, questa prima o poi dovrà essere necessariamente apprezzata.
Il grande errore è quello di cercare di accontentare subito il cliente con scorciatoie banalizzanti, tradendo la nostra identità ed il nostro territorio. Gli “asiatici” sono estremamente attenti a tutto questo e capiscono immediatamente se li stiamo prendendo in giro. Analogo discorso lo potremmo fare su quel popolo che sta al di la dell’oceano atlantico che è tra i più grandi consumatori di birra alla salsapariglia e spaghetti con polpette, anche per loro più dialogo, più degustazioni, meno barrique e niente merlot nel sangiovese!

Crede che il vero problema sia definire un diverso rapporto, anche in termini di numero di bottiglie prodotte, con il “fratello maggiore”, il Brunello?

Non parlerei di “Fratello maggiore” ma di “Fratello Giovane”, bisogna evitare confronti di sudditanza tra i due prodotti. Il rapporto della produzione tra i due vini penso che sia una scelta dell'azienda fatta in base alle sue risorse finanziarie e a suoi investimenti. Posso assicurare che considerati tutti i costi, il Rosso può dare una redditività pari a quella Brunello.

Nella sua azienda che importanza ha il Rosso rispetto al Brunello in termini di bottiglie prodotte?
E qual’è l’identità del Rosso come lo producete?
L’Azienda Lisini produce un numero uguale di bottiglie di Brunello e di Rosso

Se avesse il potere di determinare quale debba essere l’identità del Rosso di Montalcino ora e in futuro quale pensa possa essere?
Rispondo anche alla domanda precedente a questa. Nessuno può o deve avere il potere di determinare l’identità di un vino perché questa è l’identità stessa del territorio in cui si produce. Identità di un territorio, deriva dal clima, dai suoli, dalla storia, dagli stessi cloni di sangiovese che sono stati coltivati per anni in questi luoghi.
È vero peraltro che ci sono stati, e forse ci sono ancora, degli Enologi che con assurda presunzione hanno l’ardire di creare, definire e reinterpretare gli stili dei vini, ma per fortuna questi sono in via di estinzione; al loro posto si sta sostituendo una nuova generazione di enologi, generazione sicuramente più colta della precedente, il cui obiettivo è semplicemente quello di far si che il vino possa esprimere al meglio tutte le potenzialità del territorio senza togliere o aggiungere nulla. Personalmente, nonostante la mia età, mi sento di appartenere a questa generazione.

Da un punto di vista della comunicazione e della promozione della personalità del Rosso di Montalcino pensa sia stato fatto un lavoro sufficiente? E cosa pensa invece si debba fare ora che è stata ribadita l’identità Rosso di Montalcino = Sangiovese per catturare l’attenzione dei consumatori italiani e internazionali su questo vino?

Dal punto di vista della comunicazione sul rosso è stato fatto poco o nulla. Il consiglio si è baloccato con la storia dei disciplinari per un anno e mezzo e ha conseguentemente perso tempo ed energie. Fortunatamente è apparso un cattedratico, luminare delle scienze del mercato, che dopo lunghe ed estenuanti chiacchiere ha enunciato un concetto giustissimo e perfettamente condivisibile: “È necessario vendere più bottiglie di Rosso e meno di Brunello”.
Purtroppo sul come mettere in pratica questo fondamentale teorema ha rimandato tutto al successivo anno accademico! In realtà le operazioni di marketing atte promuovere questo vino non richiedono scienze occulte o complessi calcoli differenziali, si tratta solo di organizzare manifestazioni, sia sul territorio che presso le associazioni di sommelier o di degustatori riservate al solo Rosso di Montalcino, nelle quali il Brunello sia assolutamente bandito. In queste manifestazioni i veri protagonisti devono essere il vitigno di Sangiovese e lo strabiliante terroir di Montalcino, il Rosso di Montalcino deve apparire come la conseguenza delle due citate premesse.

Cosa replica a chi liquida il Rosso di Montalcino con la semplice definizione di “vino di ricaduta”? Se dovesse convincere un appassionato di vino a dare fiducia al Rosso di Montalcino, a non lasciarlo nell’ombra proiettata dal mito Brunello, cosa gli direbbe? Quali sono a suo avviso le “armi vincenti”, gli atout che rendano appetibile interessante il Rosso “Il Rosso di Montalcino è una doc di ricaduta del Vino Brunello di Montalcino”.

Peggiore e più fuorviante definizione del Rosso non si sarebbe potuta dare. Il bruttissimo termine “ricaduta” evoca il concetto di declassamento, di passaggio da uno stadio di nobiltà ad uno di basso lignaggio. Il Brunello di Montalcino potrebbe essere un capitano, il Rosso di Montalcino un sergente o al massimo un maresciallo. Nulla di più sbagliato. Sono entrambi figli dello stesso terroir, se non della stessa vigna e condividono necessariamente la stessa identica qualità. Chiaramente il Rosso gode di un prezzo più basso visto che evita una parte dell'affinamento in botte, affinamento che per tutta una serie di ragioni è costosissimo. L’arma vincente potrebbe proprio essere quella di una stessa identica qualità ad un prezzo più basso.

Quali altre osservazioni si sente di fare sul tema Rosso di Montalcino?

Sul tema Rosso di Montalcino credo si sia detto abbastanza, quello che però vorrei rimarcare è che i concetti da me espressi sul terroir, sul sangiovese, e su tutto il resto non sono enunciazioni teoriche la cui validità rimane tutta da dimostrare, sono invece il frutto di quasi cinquanta anni di attività con questo vino, prima Vino Rosso dai Vigneti di Brunello, poi Rosso di Montalcino, anni nei quali l’azienda Lisini ha conseguito grandissime soddisfazioni e riconoscimenti su tutti i mercati mondiali.

Intervista a cura di Franco Ziliani

 

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