giovedì 22 settembre 2011 08:30:00

Come ho già avuto modo di scrivere, nella recente “battaglia”, che ha visto ampiamente schierata per il no una schiera di influenti giornalisti, wine writer, opinion leader internazionali e italiani, a difesa del Rosso di Montalcino, perché restasse a base Sangiovese 100%  senza il ricorso ad altri vitigni internazionali, battaglia che si è conclusa con la votazione del 7 settembre dell’Assemblea dei soci del Consorzio del Brunello, che ha visto imporsi con il 69% contro il 31% chi sosteneva che il Rosso di Montalcino dovesse rimanere com’è, alcuni produttori si sono particolarmente distinti per il loro impegno. E la loro azione svolta per convincere la maggioranza dei soci che cambiare non aveva senso.
Ho già dato la parola, in una lunga intervista pubblicata qui, a Stefano Cinelli Colombini, proprietario della storica azienda ilcinese Fattoria dei Barbi.
Ma per capire meglio cosa fare, ora che il rischio di trovarsi di fronte ad un Rosso di Montalcino super tuscanizzato, santantimizzato, cabernetmerlotizzato, è stato sventato, per capire quali siano gli scenari, cosa si debba fare per ricucire la frattura che la votazione e le discussioni nelle settimane che l’hanno preceduta hanno prodotto, per ritrovare unità d’intenti e comunicare meglio la particolarità del Rosso, la sua personalità che lo distingue dal Brunello, ho pensato che fosse importante ascoltare anche il conte Francesco Marone Cinzano, figlio del conte Alberto Marone Cinzano che nel 1973 acquistò la storica Tenuta Col d’Orcia a Montalcino, di cui Francesco è oggi Presidente.
Nel 2007 Francesco Marone Cinzano è stato eletto Presidente del Consorzio del Brunello di Montalcino, carica da cui si dimise nel maggio 2008.
Ecco le sue interessanti e meditate argomentazioni, svolte con la consueta pacatezza ed il buon senso ed equilibrio che lo contraddistinguono.

Conte, posso avere un suo commento sul voto del 7 settembre che ha decretato a larga maggioranza il no dei produttori ad un cambio di identità o quanto meno ad una doppia identità del Rosso di Montalcino?

L’esito del voto ha decretato il mantenimento dell’identità unica, irripetibile, strettamente legata al territorio che il Rosso di Montalcino rappresenta. Un voto diverso avrebbe portato una perdita d’identità e non a un cambio. Ho sempre definito il Sangiovese come una varietà “timida” nel senso che si lascia sopraffare aromaticamente e analiticamente anche solo da piccole percentuali di altri vitigni. Basta meno del 15% di correttivi estranei per renderlo irriconoscibile.

Quali tipo di problemi pensa abbia creato e possa creare la spaccatura creatasi all’interno del Consorzio, tra una maggioranza forte di produttori ed un Consiglio che ha invece voluto andare alla votazione, anche a rischio di una divisione, dopo la votazione? Cosa si può e si deve fare per ritrovare concordia e uno spirito unitario?
A mio avviso dobbiamo guardare avanti e considerare che ora non ci sono più dubbi. La strada è una sola per Montalcino, quella di essere unico. Il Presidente Rivella è stato lesto nell’annunciare l’elaborazione da parte del Consiglio di “un rilevante progetto di marketing - denominato Montalcino 2015 - per anticipare gli effetti dei cambiamenti sui mercati internazionali e proiettarci nei prossimi dieci anni“.
Personalmente avrei preferito si puntasse a una strategia. Comunque auspico che il Consiglio si voglia avvalere delle molte risorse umane ed esperienze professionali presenti a Montalcino, che convochi delle riunioni dove i soci possano portare proposte e condividere le loro esperienze e che questo progetto non sia un ulteriore tentativo di imporre una strategia mirata a risolvere i problemi di pochi. Auspico altresì che il progetto sia elaborato con il contributo di professionisti che aiutino anzitutto a definire la situazione attuale senza preconcetti e poi ad elaborare obbiettivi di crescita e valorizzazione a lungo termine.

Prima della votazione del 7 settembre si è parlato di un Rosso di Montalcino con grossi problemi d’identità e commerciali e di un Rosso che doveva cambiare per andare incontro alle esigenze dei “nuovi mercati” soprattutto asiatici. A suo avviso queste valutazioni corrispondono al vero e quali sono a vostro avviso i veri problemi del Rosso?

Non si può generalizzare su questo punto: il farlo è stato l’errore che ha portato il Consiglio a credere che vi fosse una volontà diffusa di cambiamento. Nella realtà vi sono aziende che non producono per niente Rosso di Montalcino: proprio tre dei produttori con maggiore “visibilità” commerciale e potere negoziale come Angelo Gaja, Antinori e Folonari sono in questo gruppo.
Poi vi sono aziende che producono Rosso di Montalcino saltuariamente, che non perseguono una strategia commerciale coerente, che pensano di poter smaltire bottiglie senza una continuità di approvvigionamento ai clienti. Riguardo all’Asia e ai nuovi mercati, le prime spedizioni negli anni sono state di Brunello il quale una volta affermatosi è sostanzialmente stabile nei suoi volumi anno dopo anno. Il Rosso ha bisogno di maggiori investimenti di tempo e di sforzo di vendita all’inizio; poi una volta ottenuto un po’ di distribuzione cresce in modo molto soddisfacente. Le notizie di pochi giorni fa dal mio importatore in Cina sono: Brunello stabile e Rosso + 40% nell’ultimo anno. I volumi recenti sono 70% Rosso e 30% Brunello.

Crede che il vero problema sia definire un diverso rapporto, anche in termini di numero di bottiglie prodotte, con il “fratello maggiore”, il Brunello?
Auspico un maggior volume di vendite per il Rosso di Montalcino anche per ridurre l’offerta di Brunello sul mercato e così frenarne il calo di prezzo considerando che richiede tempo e investimenti ingenti per essere prodotto al meglio.

Nella sua azienda che importanza ha il Rosso rispetto al Brunello in termini di bottiglie prodotte? E qual’è l’identità del Rosso di Col d’Orcia?
In termini generali la produzione è 50/50. Alcuni anni abbiamo prodotto più Rosso (2003) altre vendemmie più Brunello (2006). Il Rosso di Montalcino di Col d’Orcia è un vino dalla spiccata tipicità (molta freschezza, buon frutto su una ragguardevole struttura eminentemente adatta ad accompagnare la cucina mediterranea) pensato per un consumo regolare: il sangiovese quotidiano. Oltre al Rosso di Montalcino “base” a Col d’Orcia produciamo anche “Banditella” un “Brunello giovane” ma classificato come DOC Rosso di Montalcino.

Se avesse il potere di determinare quale debba essere l’identità del Rosso di Montalcino ora e in futuro quale pensa possa essere? Solo quella di un Sangiovese giovane, da vendersi e consumarsi entro un anno o due anni dalla vendemmia, o quella di un “Brunellino” o “quasi Brunello”, un vino di personalità, non importante come il Brunello, ma quasi?
Credo ci sia spazio per diverse interpretazioni. Comunque inutile autoimporsi regole e regolette che i consumatori non impareranno mai. L’unica cosa veramente importante è la coerenza commerciale: il credere nel prodotto, investire tempo e sforzo di vendita, e soprattutto non farlo mancare a quel cliente che l’ha messo sulla lista dei vini.

Da un punto di vista della comunicazione e della promozione della personalità del Rosso di Montalcino pensa sia stato fatto un lavoro sufficiente? E cosa pensa invece si debba fare ora che è stata ribadita l’identità Rosso di Montalcino = Sangiovese per catturare l’attenzione dei consumatori italiani e internazionali su questo vino? Nel passato il Rosso è stato ignorato dai più. Oggi, l’aumento della produzione di vino a Montalcino associato alla crisi economica, ha reso urgente porre le basi per il futuro.
Anzitutto va riconosciuta la realtà che il nostro territorio è proprietario di un marchio molto forte “Brunello” da continuare a valorizzare. Poi dobbiamo renderci conto che Montalcino, oggi, non è un marchio; è il nome di una località, a volte confusa con Montepulciano, ed è l’appendice di un marchio (Brunello) ben conosciuto. A mio avviso dobbiamo porci l’obiettivo di trasformare anche “Montalcino” in un marchio. Nel potenziale marchio Montalcino, a mio avviso, c’è spazio per comprendere un prodotto più vasto che definirei: “il primo parco tematico per la conoscenza del vino”.
Se dipendesse da me, ricercherei il potenziale di Montalcino come meta turistica che offre un’esperienza sensoriale unica intrisa di cultura, paesaggio, natura, gastronomia, odori, sapori, miele, olio e dove il vino è il mezzo per rivivere quelle emozioni infinite volte a casa propria. In pratica dobbiamo pensare a un progetto Montalcino più vasto di cui il Rosso è un elemento.

Intervista a cura di Franco Ziliani

© Associazione Italiana Sommelier (ed altri contributi)