giovedì 4 aprile 2013 09:30:00

Ventiquattro anni, originario di Foligno (PG), Matteo Pastori inizia il corso di qualificazione professionale AIS a Perugia e lo conclude a Londra.
Una storia fatta di studio, duro lavoro, molti sacrifici e tanta passione per il vino. E ora, dopo tre anni nella capitale britannica, ha raggiunto la West Coast americana alla ricerca di nuove sfide…

Come ti sei avvicinato al corso AIS e alla professione di sommelier?
Tutto ebbe inizio nel 2008 , quando nel bel mezzo degli studi universitari a Perugia, cominciai a fantasticare sul mio futuro. E tra le tante domande che mi ponevo ogni giorno, ce ne fu una in particolare che fece scattare la scintilla, quella di poter rendere la mia professione futura una vera e propria passione. Vendere vino era quello a cui più aspiravo, ma per fare ciò avevo bisogno di una conoscenza che fino a quel giorno non avevo mai approfondito.
Così iniziai a informarmi per capire quale associazione avesse il meglio da offrirmi. E indubbiamente, data la didattica, la struttura e i relatori, scelsi di intraprendere il percorso con la nostra AIS. Non ci impiegai molto a rendermi conto che ero esattamente nel posto giusto al momento giusto.
Iniziai a muovere i primi passi all’interno della cantina SIGNAE di Cesarini e Sartori a Bastardo, dove collaboravo con la famiglia di Luciano Cesarini, durante alcuni eventi in cantina e fuori come “I Primi d’Italia” a Foligno e il “Festival dei due Mondi” a Spoleto. 

Hai iniziato il corso AIS in Italia e lo hai concluso a Londra. Cosa ti ha spinto a cercare fortuna oltremanica?
Concluso il primo livello a Perugia, iniziai a guardarmi intorno. L’offerta di lavoro non dava segnali positivi perciò cominciai a pensare a una perlustrazione “fuori casa”. Fu così che, grazie alla disponibilità di Lodovico Mattoni, presidente della Cantina Terre de’ Trinci di Foligno, conobbi il responsabile dell’Associazione Italiana Sommelier in Inghilterra, Andrea Rinaldi, a cui devo gran parte del mio successo. Andrea è una persona buona e generosa, che dà spazio ai giovani, offrendo loro motivo di crescita professionale.
Credo che questo grande pregio sia fondamentale per lo sviluppo e l’innovazione di ogni settore e si tratta di una possibilità che al giorno d’oggi è quasi in via di estinzione in Italia.

Com’è stata la tua esperienza di lavoro a Londra?
Dopo qualche mese di gavetta in un pub inglese, iniziai a percorrere chilometri e chilometri cercando lavoro nei ristoranti londinesi più rinomati.
Fino al giorno in cui, ottenni il lavoro come sommelier al The Dorchester Hotel, un 5 stelle lusso che ha dato veramente una svolta significativa alla mia trasferta in UK.
Un ambiente unico, dove grandi star del cinema e dello sport si ritrovavano ogni sera per trascorrere serate mondane. E dato il loro spensierato stile di vita, mi divertivo a raccomandare pregiate bottiglie di vino che credevo non avrei mai avuto l’occasione di degustare. Una lista davvero speciale, che si aggiudicò il premio nel 2008 come “Best Wine List of the year” composta da circa 600 etichette da tutto il mondo, ma soprattutto da grandi annate francesi.
Mi sembrava di vivere un sogno, soprattutto quando il mio manager, Igor Sotric, dopo solo qualche mese, ebbe la brillante idea di scegliere me come suo assistente, sebbene fossi stato il più giovane e l’ultimo arrivato in un gruppo di sei sommelier. Era un incarico importante che richiedeva un elevato impegno, dato che si trattava delle mie prime esperienze in un ufficio a prendere ordini con importatori, aggiornare la lista dei vini, organizzare cene private di alto livello e soprattutto di assistere Igor nella gestione del gruppo di sommelier.
Tutto ciò mi piaceva, mi rendeva una persona fiera e felice.
Ma non mi fermai al primo successo e così frequentai un altro corso, il Wine and Spirit Education Trust, molto riconosciuto a livello mondiale.
Al termine del terzo livello ottenni l’attestato. A differenza dell’insegnamento AIS, questo del W.S.E.T. è più diretto alla commercializzazione del vino mondiale e ai diversi studi di business legati alle bevande alcoliche in generale. 

Successivamente ti sei spostato negli Stati Uniti. Quali sono le ragioni che ti hanno spinto così lontano dall’Italia?
Tutto sembrava andare per il verso giusto a Londra, ma la mia “sete” di esperienze e di scoperte non si placava.
Il vino californiano stuzzicava  il mio palato, più del normale. E il semplice nome della parola “California” aveva un suono così affascinante che tanto avrei voluto scoprire!
Iniziai così a documentarmi e raccogliere contatti durante la mia permanenza in Inghilterra.
E fu proprio la combinazione di questi contatti che mi spinse a fare i bagagli e partire di nuovo per l’ennesima perlustrazione.
Doveva essere una vacanza di due settimane, ma credetti talmente tanto in quello che stavo per fare, e ai rapporti che instaurai prima della mia partenza, che diedi la mia lettera di licenziamento due settimane prima del decollo.
Vi assicuro che quelle due settimane in USA furono tutto meno che una vacanza. Colloqui e prove di lavoro ogni giorno, voli last minute da una città all’altra solo per incontrare persone e ampliare la mia lista di contatti.

Qual è attualmente la tua attività professionale?
Al momento sto lavorando con la North American Sommelier Association, anche loro componenti della WSA come la nostra AIS.
Con loro collaboro durante i corsi di formazione e organizzo degli eventi di degustazione in diversi ristoranti italiani qui a Los Angeles.
Il mio obiettivo con loro è quello di diventare un relatore e intraprendere il percorso con il sostegno della Presidentessa Alessia Botturi. Organizzo inoltre una serie di eventi intitolati “Il Giro d'Italia”.
Assumendo quindi la figura di rappresentante della cultura enogastronomica italiana, mi trovo spesso in contatto con diversi appassionati del nostro paese, che con grande enfasi alimentano ogni giorno il mio desiderio di esporre sempre in maniera più approfondita l'essenza della mia terra d’origine.
Così ho deciso di organizzare dei piccoli tour, composti da gruppi di persone che porterò alla scoperta delle più caratteristiche città italiane, visitando alcune cantine e assaporando i prodotti tipici delle varie zone.

Ci hai parlato di un’iniziativa rilevante per diffondere la conoscenza del vino italiano. Di cosa si tratta esattamente?
Con la grande collaborazione di Massimiliano Stefanelli, manager di Terroni, uno dei più rinomati ristoranti italiani di Los Angeles, ho intrapreso la mia esperienza di organizzatore di eventi.
Il mio progetto, come dicevo, si chiama “Giro d'Italia” ed è caratterizzato dal susseguirsi di degustazioni di piatti caratteristici della regione in programma, con l’abbinamento di vini autoctoni della regione stessa.
Questa iniziativa  ha suscitato in Massimiliano un grande interesse, tanto da dedicare a questa tournée di eventi la sua Wine Room, una stupenda sala contornata da infinite file di bottiglie di vini italiani. Il posto giusto per rappresentare l'Italia e per regalare ai clienti serate memorabili, come quella dell’Umbria, con la quale ho dato inizio al “Giro”. Si è registrata in quell’occasione un’affluenza inaspettata di circa 60 partecipanti, tra cui appassionati di vino, importatori, ristoratori e giornalisti.
La gioia e gli apprezzamenti furono talmente evidenti che decisi di scrivere un articolo e girarlo al quotidiano Il Corriere dell'Umbria, il quale ringrazio per la pubblicazione.

Gli americani ti sembrano interessati a scoprire i vini italiani o le grandi etichette francesi restano ancora per il momento quelle più affascinanti ai loro occhi?
Sono al momento in stretto contatto con il settore dei vini italiani e, non lavorando con liste di vini da tutto il mondo come ero solito fare a Londra, non tocco con mano il mercato francese. Partecipo spesso però a eventi di degustazione organizzati dai distributori, i quali espongono vini di diverse nazioni, ed è proprio relazionandomi con loro che posso realizzare che il mercato del vino a Los Angeles è dominato dai prodotti italiani.
Sarebbe quindi il momento giusto per i produttori italiani per investire in un mercato fertile e dinamico come questo californiano.

Qual è la tua opinione degli altri sommelier che hai incontrato nelle tue esperienze all’estero?
Durante il mio percorso ho conosciuto molte scuole di pensiero, provenienti da tutte le parti del mondo, con le quali ho avuto la fortuna di potermi confrontare.
Tutto ciò ha contribuito ad approfondire il mio sapere e a entrare in contatto con altri ragazzi che come me accrescono le loro conoscenze viaggiando e degustando.
Senza dubbio mi sento di affermare che i corsi di formazione sono importanti per ottenere una coscienza iniziale e per gettare le basi di quello che poi sarà un lungo cammino caratterizzato da assaggi e dibattiti.

Come sono osservati i sommelier italiani dal punto di vista degli americani?
Devo ammettere che trovo il cliente medio molto interessato nel conoscere i diversi aspetti del vino.
Gli americani, sempre più appassionati, vedono nel sommelier italiano una fonte di conoscenza da cui poter ricavare risposte alle tante curiosità che hanno in testa, riguardanti per lo più i vari vitigni delle diverse regioni, i metodi di vinificazione e quali siano i fattori principali che incidono sul gusto del vino.
Le nostre origini sono invidiate da tutti, tanto che gli americani amano a tal punto la nostra cultura da voler sempre cercare una loro più remota origine italiana.

Quali sono i vini italiani che ultimamente stanno riscuotendo maggior successo tra gli americani?
Non vorrei risultare essere troppo di parte, ma il Sagrantino qui è la star del momento.
Molto stimati anche i vini veneti, data la somiglianza con questi grandi “succosi”  nettari californiani. Molto bene i Nebbioli piemontesi, i bianchi campani e i rossi Siciliani. Oltre ai “sempreverdi” Chianti e Supertuscan.
Trovo i nostri prodotti molto apprezzati e anche notevolmente ricercati. Il merito parte dalla qualità e dalla cura che le cantine dedicano alla produzione dei loro vini, fino ad arrivare agli importatori, che svolgono grandi campagne di distribuzione. E per finire, anche  grazie a chi come me promuove tramite degustazioni, corsi e tour guidati i gioielli della nostra amata terra. Quest’ultimo aspetto è quello su cui di più bisognerebbe investire: la promozione!

 

© Associazione Italiana Sommelier (ed altri contributi)