lunedì 19 dicembre 2011 13:47:00

Ho avuto la grande fortuna in questi oltre quattro anni durante i quali ho realizzato cento interviste per questa rubrica delle news del sito Internet AIS, di poter incontrare e avvicinare tante personalità importanti del mondo del vino italiano e internazionale e penso di aver imparato molto dalle loro parole e di aver offerto ai lettori uno spaccato vivace e articolato, attraverso le loro testimonianze ed esperienze di vita e di lavoro, fossero sommelier, giornalisti, importatori, produttori di vino, comunicatori, promotori, di quanto sia ricco e complesso e variegato l’universo del vino oggi.
Sono felice che protagonista dell’ultima intervista della serie sia una donna, italiana di nascita, ma inglese di adozione, visto che risiede in UK da 46 anni, che ammiro moltissimo e che penso costituisca un esempio di quello che si può fare e ottenere quando si hanno volontà ed intelligenza e desiderio di fare bene. Anche in un campo, quello del vino, del trade (commercio) del vino dove per le donne sino a qualche decennio fa, c’era ben poco spazio.
Luciana Lynch, toscana di Piombino di nascita, ma da 46 anni in UK nel mondo del trade del vino ha recitato da protagonista, lavorando per 35 anni in compagnie di primario valore come Hedges & Butler, Findlater Matta, Remy Associés and Enotria, prima di aver lanciato alla fine degli anni Ottanta una propria società.
Un’intera carriera spesa nel promuovere, far conoscere e vendere i vini italiani in UK, anche come educatore e membro di panel tasting. Una vera autorità, che si racconta simpaticamente con la semplicità e l’umiltà di cui solo le grandi persone sono dotate. A lei i mie ringraziamenti più sentiti per la sua disponibilità e a voi tutti buona lettura e tanti cari auguri e un arrivederci!
Franco Ziliani 

Qualche informazione su di lei: come é cominciata la sua storia con il vino? Quale è stata la sua formazione sul vino nel Regno Unito? Nel mondo del vino capitai per puro caso:  fu il primo lavoro che mi capitò quando ne cercavo uno; ma facciamo un passo addietro:  sono Italiana, piombinese, e resto tale dopo 46 anni in Gran Bretagna. Nel 1965 mi iscrissi alla facoltà di Lingue all’Università di Pisa e per questo approdai in Inghilterra; superati alcuni esami prima del previsto mi trattenni…e la notte di capodanno (65/66) alla mezzanotte scandita dal Big Ben incontrai Ken Lynch a Trafalgar Square – ero con un’amica di studi, avevamo la tradizionale bottiglia di Asti (Gancia credo) ma le mani troppo fredde per stapparla…. Ken ci assistette, e dopo 18 mesi lo sposai – a Piombino, naturalmente.
Quando cercavo di decidere se restare in Inghilterra o meno, mi capitò l’opportunità di lavorare per un signore di origini piemontese simpaticissimo, il famoso Freddie Matta, pioniere dei vini italiani nel Regno |Unito (padre di John Matta del Castello Vicchiomaggio), che mi assunse perché riuscivo a tenere il passo con lui, abituato a esprimersi in contemporanea in francese, italiano e inglese.
Di vino conoscevo praticamente zero – a quei tempi nella mia zona di Val di Cornia, si beveva bianco o ‘nero’. Il lavoro di segretaria, factotum, assistente non era nei miei programmi, ma si rivelò prezioso alla mia formazione professionale, alla scoperta del mondo del vino (che negli anni 60 era ben diverso da oggi).  Ovviamente, come donna, e per di più straniera, era impensabile a quei tempi che potessi nutrire ambizioni…… Nel 1969, dopo la nascita di mia figlia Sophia, feci una pausa e passai al mondo della moda, Londra ne era protagonista allora e all’avanguardia dei trends, ma quell’esperienza di pochi mesi mi convinse che preferivo di gran lunga il mondo del vino.
Tornai alla ditta di Freddie Matta, che nel frattempo era stata acquisita dal gruppo internazionale Beecham  e quando nel 1970 decisi di frequentare I corsi vinicoli specializzati della Wine & Spirit Education Trust, venni assunta dalla grande azienda di importazione inglese Hedges & Butler, che mi avrebbe consentito di frequentare I corsi (Higher certificate and Diploma, per 3-4 anni) a loro spese, mentre io collaboravo per la creazione e gestione dell’Italian Division, assieme a Bruno Bettini e Remo Nardone (il quale ultimo lasciò a breve per dare vita alla ditta Enotria). 
Ottenuto il diploma ‘with honours’ avrei potuto proseguire con il corso di studi per Master of Wine, e superai l’arduo esame preliminare di ammissione, ma in pari tempo Hedges & Butler mi offriva la possibilità, decisamente rara a quei tempi (si tratta del 1974) di intraprendere una carriera nel settore vendite.  Quest’ultima prevedeva una remunerazione ben più alta oltre a vari altri incentivi….e quindi, albeit with a few regrets, decisi di rinunciare all’ambita sigla M.W. Dal primo giorno della mia carriera di venditrice non c’era via d’uscita.
Ho iniziato vendendo vini a molti ristoranti italiani a Londra l’intera gamma di vini e alcolici di Hedges and Butler, e sebbene i risultati fossero brillanti mi resi conto che il livello di conoscenza tra i ristoratori italiani era molto basso e, devo essere onesta e oggettiva il livello generale dei vini italiani era decisamente in ritardo rispetto ai vini francesi, che detenevano la quota maggiore del mercato di vino inglese. A quel periodo stavo insegnando al Wine & spirit Education Trust e tenendo letture in varie università.
Nel 1976 Hedges & Butler mi passò al Sales Management e la mia nuova sfida fu introdurre i vini italiani nell’off trade, ovvero in una rete di negozi che stavo cominciando ad emergere in UK. Questo si svolgeva a livello nazionale, il che significava un sacco di chilometri da fare ogni anno, ma anche la fantastica opportunità di guadagnare riconoscibilità e presenza per i vini italiani e spazi sugli scaffali laddove non ne esisteva nessuno, se non un Chianti o un Asti spumante. E’ stato un periodo eccitante e molto divertente. Anche guadagnando esperienza restavo sempre in netta minoranza, ero sola!, nel vendere vino in un mondo del commercio del vino dominato dagli uomini. E questo è un altro settore nel quale credo di aver dato un contributo, aiutando ad aprire le porte ad altre donne.
Nel 1977 non potei essere ammessa, in quanto donna, al prestigioso Annual Banquet of the Wine & Spirit Association nonostante la mia lista degli ospiti includesse alcuni dei nomi top del trade. Le cose cambiarono l’anno successivo, quando ebbi il pieno sostegno del trade e fui appoggiata nella mia crociata da Jancis Robinson e Serena Sutcliffe. E’ per me motivo di grandissima soddisfazione vedere oggi quante donne abbiano incarichi di responsabilità nel commercio del vino oggi e di sapere che ho dato il mio contributo perché i pregiudizi fossero superati. E così mi chiesero sempre più di partecipare a panel di degustazione ed i miei contributi nel trade e a favore dei consumatori divennero più frequenti e così potei scrivere articoli per la stampa specializzata e partecipare a programmi radiofonici e televisivi.
La mia passione crebbe a pari passo con la conoscenza e fui fulgorata dalla lettura del libro di Burton Anderson Vino, che apparve nel 1979, libro nel quale si parlava del vino e delle aziende italiane, di tradizione e innovazione con grande sensibilità, in un modo che nessuno aveva utilizzato prima. In altre parole Anderson divenne e resta ancora da quel momento la mia ispirazione.
Nel 1982 dopo 11 anni piacevolissimi e impagabili con Hedges & Butler passai con compiti di responsabilità alla Findlater Matta, emanazione della F.S. Matta e diventai loro direttore commerciale con la missione di migliorare le loro vendite ed il portafoglio prodotti. Continuai a vendere ma sviluppando contatti con i fornitori in Italia, Francia e Spagna. Findlater Matta divenne Eurobrands (proprietà di Remy Martin e Campari) e poi Remy Associés e quando la parte distillati divenne preponderante accettai l’invito di Enotria di entrare a far parte dell’ufficio di direzione. Ma dopo pochi mesi, tuttavia, decisi che era arrivato il momento di creare qualcosa di mio.
Nel 1988 creai la mia compagnia come ABC, agente, broker e consulente di vini italiani. Avevo stabilito forti legami con Tesco, Asda, Morrison, Waitrose, Safeway, compagnie che avevano valutato le mie conoscenze e le mie capacità e potevo assicurare forniture dirette da parte di un vasto numero di aziende grandi e piccole, di proprietà privata o cooperative, e potevo occuparmi di tutto lo spettro del business, dai prezzi di listino alle strategie di marketing per svariati vini e produttori, e talvolta per etichette realizzate appositamente per alcuni rivenditori inglesi. Ho lavorato duramente ma i risultati giustificarono gli sforzi e nel giro di pochi anni, come singolo operatore, potevo contare su una significativa percentuale delle importazioni di vino italiano in UK. E così alla fine del secolo scorso, una vera e propria compagnia, Private Liquor Brand, mi fece un’offerta e decisi di vendere, avendo raggiunto il mio obiettivo ed essendo libera di iniziare il nuovo millennio libera da impegni di lavoro e in grado di occuparmi di molte altre cose.

Qual’è la situazione attuale per il vino in UK? Il consumo cresce o è in calo come in altri Paesi europei?

Negli ultimi anni le importazioni vinicole e quindi il consumo sono rimaste stazionarie, con un lieve aumento percentuale, mentre la crescita registrata nei decenni scorsi è stata costante  e massiccia. Non ho statistiche storiche, ma ricordo che nella classifica dei paesi di maggiore consumo il Regno Unito era perennemente in coda, mentre oggi si colloca al sesto posto, dopo Paesi  di grande produzione vinicola come la Francia, l’Italia la  Germania e gli USA (California)  e addirittura superando la Spagna:  al primo posto, ormai, la Cina … but that’s another story…….  Quindi, complessivamente, il vino in questo paese costituisce un vero e proprio successo.
E restando in argomento di statistiche di mercato la maggiore sorpresa è che da diversi anni l’Australia è in testa alla classifica delle esportazioni nel Regno Unito, seguita con notevole distacco dalla Francia e poi dall’Italia. Se si assommano le importazioni dai paesi del Nuovo Mondo, si scopre che superano di gran lunga quelle degli Europei.

Quali sono i maggiori problemi da risolvere per trasformare gli inglesi, tradizionalmente fan dei vini francesi e da qualche tempo anche di quelli del Nuovo Mondo, in fan convinti dei vini italiani?

Fino agli anni 80 il consumo abituale del vino era limitato alle fasce socio-economiche piú alte, e pertanto seguiva I canoni della tradizione con radici profonde nella storia di questo paese – la Francia con lo Champagne, il Bordeaux e la Borgogna,  la Germania con I Riesling piú raffinati secchi e dolci, la Spagna…. con il Xerez, poi il Porto, Madeira, anche il Chianti…….  Ebbene, la rivoluzione/evoluzione del mercato si verificò, a mio avviso per alcuni fattori precisi: L’espansione del consumo nelle fasce socio-economiche medio-basse, grazie anche all’andamento favorevole dell’economia e al boom delle vacanze estive nel Mediterraneo. Il consumatore, insomma, da conservatore diventava molto più ‘open minded’, mentre approdavano al vino anche I bevitori di birra. Il favore riscontrato dalla cucina e dieta mediterranea, quella italiana in particolare.
L’introduzione dei vini del Nuovo Mondo, con la combinazione vincente di nomenclatura, gusto e ‘innovative packaging’  (mi riferisco sia alle etichette moderne e ‘irriverenti’ che ai contenitori alternativi tipo bag in box). Questi fattori, che consentirono agli Anglosassoni di guardare oltre i vini prestigiosi della tradizione, beneficiò anche il vino italiano, sia nel breve che lungo termine, e per molti anni l’Italia si collocò al secondo posto nella classifica dei paesi esportatori, sebbene I vini di grande volume come il Lambrusco, i vini da tavola comuni, Soave ecc. di “primo prezzo” facessero la parte del leone, ma intanto andavano a sostituire sulle mense britanniche le bottiglie di Liebfraumilch e Vin de Table che li avevano preceduti. Si riusciva, con questa presenza importante di volume, anche a parlare di vini prestigiosi, o di altri meno noti: questa  fu la mia strategia commerciale, e non solo la mia.
Per quanto riguarda invece la ‘conversione’ generale del consumatore al vino italiano come gusto preferito, questo è un argomento più complesso e di non facile comprensione per molti produttori vinicoli italiani.  Ricordo che nel corso di un VinItaly (fine anni 80 credo) assieme a due colleghi inglesi (Bill Page e Richard Hobson MW) organizzammo una degustazione-panoramica di vini del Nuovo Mondo che si stavano allora affermando in UK ……. Ricordo che partecipò anche Angelo Gaja. Le reazioni furono ‘mixed’ con molti commenti critici dettati dall’incomprensione, o forse da invidia; alcuni produttori sembrarono invece attenti e disposti a capire perché certi gusti potessero incontrare favore, in particolare quando spiegai come nei paesi anglofoni, ma non solo, il consumo del vino – purtroppo – non è sempre legato al cibo…A distanza di molti anni sono in grado di verificare l’evoluzione qualitativa e stilistica dei vini italiani e in molti casi noto che il messaggio di allora è stato recepito, anche se un po’ in ritardo rispetto alla concorrenza, che ne aveva già tratto il vantaggio commerciale. Quali sono le principali tendenze nell’apprezzamento del vino oggi nel Regno Unito?

Quale può essere a suo avviso, la next big thing e ci sono possibilità che possa essere italiana?

Non conosco altro paese al mondo dove l’offerta sia cosi vasta, varia e diffusa come in Gran Bretagna.  I pregiudizi del passato sono stati superati, come già spiegato e questo ha favorito l’Italia in anni recenti con l’affermazione e grande moda del Pinot Grigio (mea culpa, o vanto? Fui tra I primissimi importatori inizio anni 80 con Santa Margherita) la cui parabola ritengo sia in fase calante, e poi del Prosecco, in tempi più recenti e, mi pare, ancora, meritatamente, in crescita (anche con il Prosecco fui tra I primi a cercarne l’introduzione ma con scarso successo). Del New World nutro grande ammirazione per i vini della Nuova Zelanda, che riscontrano il meritato plauso e successo e credo che l’Argentina sia pronta a fare un balzo notevole su questo mercato, sia come volumi che come apprezzamento qualitativo, anche se il Cile continua a fare la parte del leone dal Sud America. 
Non posso e non voglio escludere che the next big thing in wine terms possa essere italiana e ne sarei veramente felice e poiché il consumatore inglese ha la mente aperta potrebbe accorgersi di quello che stanno facendo gli italiani. Sull’esempio del Nuovo mondo, a partire dalla California a fine anni 70, la gradazione alcolica dei vini di qualità è salita notevolmente nei decenni scorsi, a vantaggio della percezione organolettica poiché l’alcol esalta I profumi e gli aromi, e con la sua dolcezza attenua l’impatto del tannino/aciditá; questo messaggio è stato recepito anche in Italia. Tuttavia dal punto di vista della salute sarebbe bene ridurre i livelli alcolici e mi chiedo chi sarà così coraggioso da adottare come pioniere questo cambiamento.

Qual’è la situazione attuale nel Regno Unito per i vini italiani? Quale la loro immagine?
L’immagine dei vini italiani è perlopiù positiva presso il consumatore, meno favorevole con la stampa e gli opinion leaders, per svariati motivi.  Il grande vantaggio dei vini italiani, a mio avviso, e che li mantiene al terzo posto come importazioni, è dovuto al grande favore di cui gode la cucina e la gastronomia italiana. Questo vale nei ristoranti delle grandi catene di ‘format’’ italiano, come Pizza Express, Zizzi, Mezzo, Bella Italia ecc., dove la lista vini è al 100% italiana, anche se I ristoranti non sono gestiti da italiani. Vale anche  quando il consumatore acquista nei supermercati, dove ormai si trova un grande assortimento di ready meals, fresh, chilled or frozen, spesso abbinando una bottiglia di vino italiano.

Ha avuto una lunga carrieranel trade del vino e come educatore sui vini italiani, crede che l’immagine e la conoscenza del vino italiano in UK sia migliore rispetto a vent’anni orsono?

Infinitamente meglio di quanto fosse 40 anni fa! La maggiore spinta verso un’immagine più positiva ha avuto inizio negli anni Ottanta, quando vini classici come il Chianti furono “rivisitati” e ammodernati. I vini da tavola o Super Tuscan hanno contribuito a creare consapevolezza delle nuove frontiere qualitative e della necessità di superare alcune leggi burocratiche delle Doc e l’introduzione di classiche varietà internazionali come quelle bordolesi, da sole o in mix con le varietà autoctone fu un fattore positivo. Tutto questo aiutò il vino italiano ad entrare in un contesto di qualità e favorì il confronto con rispettate e classiche zone vinicole nel mondo. Per quanti pregiudizi e riserve si possano avere oggi nei confronti dei Super Tuscan e dei supervini da tavola, credo che all’epoca furono di indubbia utilità nel migliore l’immagine dei vini italiani, anche se oggi riconosco che sono superati. Il Pinot grigio va ancora bene oggi in UK?

E il Prosecco è apprezzato in sé o solo come un’alternativa molto meno costosa e cheap allo Champagne?
Io non credo che qualsiasi sparkling wine possa competere con lo Champagne nel Regno Unito. Dopo tutto lo Champagne è un vino con le bollicine prestigioso e quindi c’è spazio sul mercato per delle alternative, non solo dal punto di vista del prezzo, ma dello stile. Ecco perché il Prosecco è vincente grazie ad uno stile amichevole, molto avvicinabile, con una buona qualità e un prezzo ragionevole. Sono felice per come il Prosecco stia andando bene in UK e mi auguro che rimanga per lungo tempo non solo una moda per i consumatori.

Quali elementi gli inglesi apprezzano nei vini italiani? Preferiscono quelli da varietà internazionali o apprezzano anche quelli da vitigni autoctoni?
Il consumatore più consapevole tende a scegliere un vino italiano dotato di una precisa identità geografica, ma non disdegna anche quelli da varietà internazionali. Il consumatore meno informato si sentirà invece più rassicurato dalla presenza di varietà come Syrah o Chardonnay.

Quali sono gli aspetti del vino italiano più difficili da spiegare ad un inglese?

La nomenclatura legata alla DOC non é semplice da interpretare per certi vini meno noti, ma se supportata da buone spiegazioni almeno su retro etichetta si può superare quell’ostacolo.  I nomi di fantasia pure non sono un deterrente, sempre che ci sia modo di comunicare lo stile del vino nella bottiglia. La questione organolettica invece mette in difficoltà molti consumatori che continuano a trovare certi vini italiani troppo ‘neutri’ di gusto, con pochi aromi, di sapori piuttosto ‘diluiti’ o magri e, nei vini più importanti, la componente tannica e di acidità si rivela spesso aggressiva rendendoli austeri.  Certo che per questo aspetto le cose sono cambiate per il meglio, ma non per tutti ! Il consumatore è disposto a provare vini da nuovi vitigni (ricordo per esempio di aver introdotto un Vespaiolo nella catena Tesco negli anni 90…) ma lo ‘shelf-space’, lo spazio sullo scaffale, si mantiene solo con un ritmo di vendite che soddisfa I criteri economici del dettagliante.

Di quale salute godono oggi in UK vini costosi Barolo, Brunello di Montalcino, Super Tuscan?

I vini di alto prezzo e qualità sono visti come una possibilità di investimento, un crescente numero di wine merchants specializzati inglesi hanno introdotto vini italiani di qualità nel loro portfolio (ed erano molto meno in passato) e credo che ci sia un grande seguito soprattutto per il Brunello e i più fini vini di qualità. Il fattore prezzo è sempre un elemento fondamentale per gli inglesi quando acquistano vino?

A suo parere i vini italiani hanno un buon prezzo o sono troppo costosi?

Il prezzo è sempre stato ed è tuttora un fattore chiave, e la maggior parte del vino nel Regno Unito è venduto come “offerta speciale”. Molti vini italiani hanno un buon rapporto prezzo-qualità, ma la competizione nel settore prezzo medio è feroce e l’Italia non ha sempre tutte le chance per potersi imporre. Lei ha partecipato molte volte alle degustazioni della celebre rivista Decanter e al Decanter World Wine Awards jury: quali sono gli aspetti che maggiormente apprezza nei vini italiani e quali invece non la convincono per niente?
Ora che non sono più nel trade e ho molto più tempo disponibile cerco di degustare una vasta gamma di vini italiani partecipando a parecchie competizioni internazionali, per vedere cosa c’è di nuovo, quali aree sono evolute in termini di qualità e stile, quali continuano a seguire linee tradizionali. E’ fantastico scoprire vini sconosciuti sino ad alcuni anni orsono, come ad esempio quelli dei Colli di Luni, veramente sorprendenti, o succosi Aleatico che mi riportano ai ricordi della mia infanzia, a quell’isola d’Elba posta proprio di fronte alla mia città natale di Piombino.
Scopro però anche alcuni aspetti negativi o che necessitano di revisione, ad esempio il continuo uso di inutili pesantissime bottiglie di vetro senza pensare al loro impatto ambientale. I tappi a vite sono stati provati e testati per molti anni e oggi vengono utilizzati per la maggioranza dei vini, di produttori seri, ad esempio di produttori della Nuova Zelanda ma gli italiani continuano a tappare i loro vini Doc con tappi di sughero con tutti i problemi che conosciamo bene. Ma perché? Le leggi sul vino devono essere aggiornate e seguire gli sviluppi che ci sono stati e tutto questo può essere di aiuto all’industria del vino.

Quali sono i principali errori che produttori, Consorzi, Ice, realtà varie compiono tuttora nel presentare e promuovere i vini italiani nel Regno Unito? Quale può essere, invece, una strategia vincente?
Sicuramente rimane un forte elemento di campanilismo nei produttori e una carenza di comunicazione è stato un grande problema nel passato. Credo che le cose siano migliorate, ma c’è ancora molta strada da fare, e da incoraggiare cooperazione e dialogo e comprensione per il bene comune.

Quali sono i suoi vini e le zone di produzione preferite?
Non potrò mai rispondere ad una domanda del genere, perché io stessa non so darmi una risposta, tanti sono. Sono toscana, ma il campanilismo non condiziona il  mio palato, amo la forza e l’opulenza delle varietà autoctone del Sud, la raffinata complessità e la profondità di un ricco, maturo Sangiovese, la purezza aromatica dei bianchi friulani e quando arriva la mezzanotte del 31 dicembre con l’anno nuovo deve esserci l’Asti!

Come vede il futuro del vino nel Regno Unito e quali sono i suoi progetti futuri?
Rimango ottimista, i consumi forse hanno raggiunto un tetto per i tempi attuali di crisi, ma una ripresa economica se dovesse arrivare si tradurrà in un aumento delle vendite e anche dei vini più costosi. La mia esperienza nel mondo del commercio del vino è stata felice, di successo e appagante sotto ogni aspetto. Nel mio caso, come dicono i francesi, ‘Je ne regrette rien’ e il wine trade mi ha dato tutto quello che a mia volta gli ho dato. Il mio unico progetto o missione, ora che sono in pensione, è essere in grado di gustare un buon vino ogni giorno, italiani o da ogni parte del mondo, per il maggior tempo possibile, per il mio piacere e l’apprezzamento di amici e della famiglia e anche per me stessa. Mantengo un legame con il mondo del vino come giudice in molti concorsi durante i quali prendo le mie belle note di degustazione e faccio visite alle cantine, qui e là. Tutto quello che è piacevole senza nessuna pressione: fortunatamente nel meraviglioso mondo del vino un palato maturo può essere un grande vantaggio e continuo di fare il migliore uso di questa mia possibilità.

Intervista a cura di Franco Ziliani

 

 

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