giovedì 17 gennaio 2013 09:30:00

Laureatasi in Viticoltura ed Enologia all’Università di Pisa, dopo aver conseguito il Diploma Universitario in Tecnologie Alimentari con Orientamento in Viticoltura ed Enologia, collabora attualmente con numerose aziende tra Toscana, Umbria, Piemonte, Lombardia, Emilia Romagna e Sicilia. Barbara Tamburini svolge la sua attività di enologa libera professionista da quindici anni e nel 2013 seguirà la sua 18a vendemmia. Ha ricevuto importanti riconoscimenti, tra cui il Premio Veronelli 2007 come Miglior Winemaker categoria emergente, una nomination all’Oscar del Vino 2004 come Miglior enologo e la targa d’argento del Senato della Repubblica in occasione delle manifestazioni del 150° Anniversario dell’Unità d’Italia. Proprio alcune settimane fa l’AIS Toscana le ha conferito il “Premio Dino Casini 2012” per i suoi meriti di enologa «che ha saputo trasferire in un vino di nuova uscita particolari aspetti di toscanità riscontrati dai sommelier, intendendo con ciò anche la coniugazione di ricerca, innovazione e tradizione».

Dottoressa Tamburini, quando ha cominciato a pensare di dedicarsi al vino e di intraprendere la professione di enologo?
La decisione è nata fin dai tempi dell’adolescenza per il mio grande desiderio di svolgere una professione che mi permettesse di mantenere il contatto con la natura, che non mi costringesse a rinunciare a fare una vita all’aria aperta, di vivere in grandi spazi e avere contatti umani e professionali con coloro che avrebbero potuto contribuire al mio arricchimento intellettuale e culturale.
Il conseguimento della laurea in Viticoltura ed Enologia ha soddisfatto in pieno queste mie aspirazioni.

Come si è trovata all’inizio a operare in un settore che storicamente appartiene agli uomini?
I tempi in cui viviamo hanno ampiamente dimostrato, ormai da alcuni decenni, che le varie professioni non sono più appannaggio di uno o dell’altro dei due generi umani. Per questa ragione, fin dall’inizio, non ho incontrato alcuna difficoltà nell’inserirmi in questo mondo, sia dal punto di vista umano che professionale.
A questo aspetto, va anche aggiunto che ho sempre desiderato un’affermazione professionale indipendentemente dal fatto che questa mia aspirazione comportasse anche una dose di competitività. Mi sono sempre considerata uno dei tanti giovani che si appassionano a una particolare professione e cercano di inserirsi con le loro capacità, con la loro determinazione e con una grande passione nel mondo del lavoro.

Essere un’enologa in un ambiente declinato “al maschile” in che cosa l’ha avvantaggiata? Ci sono invece degli aspetti in cui essere donna Le ha creato qualche difficoltà?
Onestamente non posso dire se il fatto di essere donna mi abbia aiutato oppure mi abbia creato qualche difficoltà in più. Penso, piuttosto, che la strada che ho scelto, cioè quella della libera professione possa, in linea generale, dare ad una donna più opportunità, poiché in genere la figura della donna suscita negli interlocutori (maschi o femmine, non importa) un minor timore di competitività, di contrapposizione. In altre parole, l’enologo donna è visto con occhio più benevolo dal cliente e parte, quindi, con un piccolo vantaggio psicologico, che – naturalmente – deve poi essere supportato dalle sue capacità specifiche. Tuttavia, nel mio caso, devo dire francamente di non aver mai fatto riferimento a questo possibile vantaggio, poiché il mio obiettivo principale è quello di vedere riconosciuta la mia professionalità nel livello di qualità dei vini di cui mi occupo.

A chi si sente di esprimere gratitudine per la Sua formazione professionale? C’è qualcuno che considera il Suo maestro?
Il mio maestro è Vittorio Fiore, enologo di fama internazionale che ho incontrato per la prima volta nel 1994 durante il primo anno di università nel corso di una serie di seminari tenuti da esperti del settore vitivinicolo. Al termine del primo seminario dissi a me stessa che lui avrebbe potuto essere l’enologo con cui avrei voluto collaborare. Nel 2001 il mio desiderio si è avverato e mi ha permesso di consolidare la mia attività professionale svolta in maniera autonoma. Inoltre si è instaurata una collaborazione nei riguardi di alcune aziende che abbiamo acquisito insieme.

Tra le molte collaborazioni intraprese, esiste un Suo vino a cui è particolarmente legata? Per quale motivo?
Sono molto legata a tutti i vini che curo poiché a ciascuno cerco di far esprimere al meglio le caratteristiche del vitigno, o dei vitigni che lo compongono, unitamente all’esaltazione dell’identità territoriale e aziendale. A conclusione del loro percorso, tutti i vini da me seguiti devono avere impressa l'immagine del territorio nel quale nascono. Ecco perché con tutti i vini di cui mi occupo ho uno stretto legame direi quasi affettivo. In particolare, devo confessare però, che per I'Rennero di Gualdo del Re, un Merlot in purezza della Doc Suvereto (prossima DOCG), che è stato il primo vino che ho realizzato (un vino che mi ha dato importanti e ripetute soddisfazioni professionali fino all’ultima di un paio di mesi fa in cui si è visto assegnare il riconoscimento di 1° Merlot Italiano al concorso nazionale “Mondo Merlot”) nutro un particolare affetto. 

Nella realizzazione di un vino quanto ascolta i produttori? E quanto invece deriva dalla Sua iniziativa personale?
Professionalmente posso dire che al momento in cui decido di intraprendere la collaborazione con un’azienda, ci sono due fattori fondamentali che devo riscontrare: un buon feeling e la filosofia produttiva. Molto importante sono la conoscenza dell’ambiente e l’obiettivo da raggiungere, fattori che devono essere ben chiari fin da subito. L’enologo deve essere un ottimo leader, ma – evidentemente – deve poter interfacciarsi  con un buon team con cui realizzare il “gioco di squadra”. È molto importante il dialogo e l’intesa con il Produttore perché con lui/lei si prendono le decisioni importanti e con lui/lei deve esserci la massima fiducia reciproca. Il mio compito principale è quello di valorizzare al massimo il frutto della vigna per trasmettere al consumatore l’emozione di riconoscere l’origine geografica e varietale del vino che sta bevendo. Ho sempre vissuto la professione di enologo come una specie di catalizzatore chimico per facilitare l’espressione di ogni terroir, che conferisce a ciascun vitigno un carattere peculiare e unico, e che sta a noi saper identificare ed far emergere.

Quali sono i Suoi impegni attuali? Ha progetti futuri?
Attualmente mi occupo di numerose aziende, situate in varie regioni viticole italiane. Questa situazione mi consente di concentrarmi sull’obiettivo di valorizzare al massimo l’identità varietale, territoriale e aziendale dei vini frutto della mia attenzione, in modo da offrire ai consumatori più esigenti dei prodotti che soddisfino le loro aspettative.
Visti i tempi in cui viviamo, intendo continuare a concentrarmi sul dettaglio e sulla qualità del lavoro nella filiera produttiva, poiché, dato che il livello qualitativo medio del vino italiano è cresciuto molto negli ultimi decenni, è sempre più necessario consolidare l’immagine dei vini prodotti e la serietà delle aziende produttrici per assicurare ai produttori con cui collaboro il mantenimento delle quote di mercato acquisite e la possibilità di espandersi ulteriormente.

C’è qualche episodio della Sua vita professionale che ricorda con piacere?
In tempi recenti ho avuto l’opportunità di visitare due Paesi dell’America Latina e precisamente Cile e Argentina che mi hanno affascinato per il potenziale qualitativo dei vini che vi nascono. In particolare mi ha colpito l'idea di lavorare anche con vigneti situati sulle Ande oltre i 1700 metri s.l.m., dove la luce è davvero pura e, quando si guarda il cielo, il suo colore è di un azzurro così intenso che sembra virare verso il blu.
Questo fatto mi intriga per le peculiarità aromatiche che ciò comporta, non senza una grande struttura. Basti pensare che grazie all'elevata altitudine, a febbraio – durante la fase di maturazione delle uve – di giorno la temperatura può arrivare fino a 35°C e di notte scendere molto, anche fino a 10°C, garantendo così buona vitalità alle piante, ottima sintesi degli zuccheri e garanzia di freschezza e identità varietale negli aromi. Se ne avessi la possibilità, lavorerei volentieri con i vitigni autoctoni, per esempio con il Torrontés, per quanto riguarda le uve a bacca bianca ed il Malbec per quanto riguarda quelle a bacca rossa. Del primo adoro il fascino olfattivo, e del secondo, oltre alle caratteristiche aromatiche, la grande struttura che si presenta al palato mantenendo una grande morbidezza. 

Nell’attività di divulgazione di una materia così complessa come il mondo del vino come considera la figura del sommelier?
Personalmente e professionalmente ho sempre creduto e credo molto nel lavoro del sommelier. La diffusione della cultura del vino è apparentemente normale per gli addetti ai lavori, ma non lo è affatto nella realtà di oggi, e, comunque, non a sufficienza.
Spesso mi capita di pensare ai nostri cugini d’oltralpe produttori di grandi vini, e alla loro capacità di saper comunicare il vino con grande autorevolezza e senso di esaltazione delle sue peculiarità. In questo compito risulta sempre più importante la figura del sommelier, poiché il suo ruolo lo mette a diretto contatto con il consumatore finale, al quale può trasmettere un messaggio culturale che va dall’abbinamento suggerito, alla descrizione del vino, fino alla sua storia e alla sua collocazione geografica.
La storia e le conoscenze tecniche sono elementi importanti che un consumatore ha il diritto di conoscere e, poiché non ho mai creduto nei “tuttologi” e neppure nell’improvvisazione, trovo che la figura del sommelier sia la più importante che possa coadiuvare al meglio il lavoro che produttori ed enologi portando avanti fino ad arrivare alla bottiglia del vino. Si è affrontato questo tema proprio recentemente, quando mi è stato consegnato il “Premio Dino Casini” da parte dell’AIS Toscana, ed anche in quell’occasione ho raccontato come  secondo me il lavoro del produttore, dell’enologo e del sommelier debbano essere in sinergia e complementari, come in una corsa a staffetta con il passaggio del testimone, nella quale tutti corriamo con l’unico obiettivo di vincere la gara insieme.

 

© Associazione Italiana Sommelier (ed altri contributi)