mercoledì 26 marzo 2014 17:00:00

Siamo sempre stati consapevoli che il nostro umile lavoro di formatori di Sommelier rappresenta un valore culturale prezioso, soprattutto per quella indole non geocentrica che permea il substrato regionale dell’Associazione Italiana Sommelier, che attraverso gli importanti e insostituibili microcosmi delle delegazioni capillarizza una formazione/informazione senza retorica e senza ritualità irritatamente sincretiche.

I riscontri, o i feed-back come dicono gli anglofoni, sono davvero eccezionali in ambito nazionale, perché il sapere di vino abita davvero la quotidianità dei presidenti regionali e dei delegati, che non ostentano seduzioni, tipo «specchio, specchio delle mie brame chi è il più bravo del reame?», che non allottano numeri a caso sussurrando seducenti promesse da mercanti di vino, o peggio ancora, ma peggio non si può, monetizzando i sorrisi. Non lo facciamo!

E ora possiamo davvero affermare che tutta la nostra filiera istituzionale è abitata da qualcuno che è in grado di parlare di vino in pubblico con discernimento: la Guida lo sancirà.

Questo entusiasmo è sbocciato all’improvviso, adesso si tocca con mano, con la convinzione di una condivisione senza qualcuno, dall’interno, dietro l’angolo, pronto a fare lo sgambetto: la scacchiera s’è disposta, tutti possono vedere la lindezza dei pezzi schierati.

Il racconto dell’entusiasmo che l’AIS crea trae però spunto da un fatto di vita. Il signor Atsushi Hirase frequentò i due livelli del corso per Sommelier  AIS a Tokyo, a marzo e a settembre del 2013, avrebbe dovuto frequentare il terzo a marzo 2014.  La sua voglia di conoscere prevalse sull’attesa e nel gennaio del 2014 eccolo sbucare a un corso di Sommelier che l’AIS affida all’Accademia (giapponese) dei Vini; per frequentarlo chiuse il suo ristorante in Tokyo. Il rischio di riuscire o no aleggiava ogni giorno; la prova ebbe esito positivo, quindi tutto è bene quel che finisce bene.

Però la curiosità montava.  Gli fu chiesto perché la scelta di un Corso AIS, e non WSET o JSA o altre sigle che  illuminano il mondo.

Risposta: perché tutti questi anni di storia sempre in progresso sono segno di serietà,  avere delle regole di insegnamento sono una garanzia, ed essere rigidi ed esigenti all’esame è un’altra certezza: una certezza di cultura.

Beh, dicemmo, finito corso finito amore. Invece no! Assolutamente no! Ora si che esplode tutto il suo entusiasmo, che non è solo  l’essere un Sommelier AIS.

La verifica fu un viaggio a Tokyo, sempre un Corso AIS. L’incontro con il Sommelier Atsushi fu sbalorditivo.

Ha un locale arredato in legno, di quelli in cui dall’esterno si intuisce la tradizione nipponica  del bere e del cibo, poi nell’avvicinarsi, in basso a destra, all’esterno, spuntano due cassette di di Sassicaia usate come contenitori di bottiglie vuote: sale un certo, incerto fremito.

Si entra. Tre tavoli e l’appoggio al bancone: totale 20 px. Cucina a vista.

Una volta seduti ecco arrivare un foglio A3 con la lista delle vivande scritta in giapponese, per cui soprassediamo. Poi l’occhio cade su un bicchiere cilindrico alquanto lungo con arrotolato all’interno un foglio, ancora formato A3, dove è disegnata la cartina delle regioni d’Italia. Curiosamente la apriamo ed ecco svelato il mistero: è una carta dei vini, ci sono solo vini Italiani: 50 referenze.

Ci fermiamo a cena e diamo carta bianca alla moglie Tomoko per le pietanze, a lui lasciamo l’incombenza vino. La sequenza ha visto molti gustosi assaggi abbinati al Franciacorta Brut Saten di Monterossa e allo Chardonnay Lowengang 2010 Lageder, chiusura con Furore di Bacco di Marisa Cuomo.

Naturalmente non eravamo i  soli a bere il vino, la sua proposta a bicchiere era stata accettata da tutti i tavoli, per noi quasi un incantesimo, la normalità di un entusiasmo per lui.

Alla domanda del perché di una scelta così estrema, la risposta è stata: l’AIS non mi ha dato solo cultura, ma anche entusiasmo per ciò che è italiano. Dopo non ci è restato che mettere in tasca, in silenzio, la risposta.

Mentre usciamo c’è l’ultima sorpresa; notiamo uno scudetto di stoffa AIS attaccato all’angolo destro dello sportello del frigo vino, che dire: l’entusiasmo non viene certo per nuocere.

Un entusiasmo, anche culturale, che l’AIS non promette, non aliena e nemmeno regala, che non lo invia disperatamente con messaggi e-mail. Un’AIS che non si arrovella, avvelenandosi, nell’incertezza dell’avere, offrendo ingressi di scambio, perché questo è pensato come l’unico stile di vita associativa accettabile: un avere millantatorio.

L’AIS possiede il verbo dell’essere, perché era, è e sarà una pluralità di persone semplici, che rispettano non solo le regole e le parole date, ma si rispettano vicendevolmente, non alla stregua di un luccicante consesso, ma di un incontro tra amici. E scusate se è poco.

 

Roberto Bellini

 

© Associazione Italiana Sommelier (ed altri contributi)